“Qualcosa che non c’è.”

Quando scrivo ho bisogno di sintonizzarmi sulla giusta frequenza.
È come se le mie parole, andassero ad incastrarsi, accordarsi perfettamente al ritmo del mio cuore, e del tuo.
Non penso ci siano altri modi per spiegare.
Riesco a esprimere i miei alti e bassi, solo quando riesco a seguirli e a posizionarli nelle frequenze della scrittura.
Anche lei ha un ritmo, il mio.

Difficile da capire?

Per te nulla è difficile.

Potrei spiegarti che se ti piace leggere ciò che scrivo, significa che siamo sintonizzati sullo stesso canale. Riusciamo a parlare la stessa lingua o, meglio, sei in grado di capire la mia.
Mi permetto quindi, di continuare senza facilitazioni.
Sei forte!

Pensa che succede anche che io vada a rileggere pezzi scritti da me, dalla mia mente, e mi trovo sorpresa da tutti quei giri strani che non mi sembra nemmeno di percorrere tra i pensieri.
Viaggi di riflessioni lunghe e contorte che spesso vanno perse.
Chissà dove.
Tra la scrittura, invece, nulla sfugge.
Nulla passa inosservato.
Non esiste il “non detto”.
Non esistono paure, non sono ammesse mancanze di coraggio o sincerità verso se stessi.

Non c’è spazio per le esitazioni.

Non scrivo da parecchio.

Succede che ti incontro per strada e ricevo da te buoni riscontri, mi dici che spesso vai a controllare se ho pubblicato “Qualcosa”, mi fai sentire che i miei messaggi ti sono arrivati e che mi apprezzi per quel che sono riuscita a comunicarti. Anche io apprezzo te.
Mi dici che dovrei scrivere un libro (GRAZIE!!), che sono migliorata nel tempo e che non devo fermarmi.
Non posso fermarmi.
Non mi nascondi una lacrima di commozione, mi confidi che ti sono stata di aiuto in brutti momenti o che ti ho fatto viaggiare stando fermo quando anche tu eri curioso di farlo o quando avevi bisogno di scappare, riflettere, cambiare.

Per questo vorrei ringraziarti e dirti che ogni volta che sento il nome “Atmosferica” uscire dalla tua bocca, il cuore si commuove e collego tutto a quello, a questa raccolta di parole che forse solo parole non sono state.
Molto di più.
È assurdo come sia riuscita a parlare con te, senza nemmeno immaginare che tu leggessi veramente.
Tu, la mia compagna di banco delle elementari.
Tu, la ex-fidanzata del mio ex-fidanzato.
Tu, che credevo di starti sulle palle.
Tu, che mi hai scritto calde confidenze durante una gelida notte d’inverno.
Tu, che mai avrei pensato di ricevere un “Grazie” da te.

Questa è una figata pazzesca, grazie alle parole ho mantenuto neutralità e spontaneità, ho viaggiato insieme a te senza mai sentire il tuo peso o l’ingombro del tuo bagaglio.

Beh…

Grazie a te.

Oggi ti scrivo per dirti che se quel “Qualcosa” sta mancando da tempo, è solo per il fatto che sto cercando la mia frequenza nel mondo.
Sto crescendo, mi sto evolvendo.
Sto seguendo i miei battiti, sto lavorando su continui sali-scendi di emozioni, oggi le energie ci sono, domani forse saranno un po’ meno.
Devo preservarle e distribuirle in maniera intelligente.
Ogni giorno è una scommessa.
Ogni attimo è una ricerca.

Non è semplice tornare, non è un cambiamento facile da affrontare.
Non è mai finita.

Non mi sentirò mai tornata del tutto, fino a quando non realizzerò pienamente quel che è stato.
Che ho fatto?
Dove sono andata?
A volte mi sento
mai tornata,
altre,
mai partita.
Vedo cose uguali, altre cambiate e distanti anni-luce da ciò che sono.
Sono diventata.

In questi giorni mi succede di addormentarmi viaggiando nei colori australiani, parlando con amici di viaggio o osservando la vita a Sydney. Passeggio tra la natura, ascolto il rumore del mare pucciando i piedi a riva, guardo il cielo e il solito gabbiano.
Mi risveglio pensando che sono qui, nel letto di casa che non è ancora comodo come un tempo.
Che strano.

Per questo volevo scriverti oggi.

Scriverò,
mai fermerò queste mani.

Sto semplicemente tornando.
Sto decidendo come proseguire il mio viaggio, anche se, sto lasciando potere alla vita.
Solo lei ha la capacità di creare e distruggere, di unire e separare.

L’universo.

La scrittura sarebbe una lente di ingrandimento, un’analisi dettagliata di una fase che ora deve scorrere liscia senza subire rallentamenti.

C’è scritto: “NON DISTURBARE”

Sto seguendo il corso delle cose e questo non mi permette di trovare la giusta frequenza per quel “Qualcosa” che, come dice Elisa, ora “non c’è”.

Erica, anzi Atmosferica.


Elisa – “Qualcosa che non c’è”

Coraggio in Provenza.

Ascolto progetti futuri e partecipo a discorsi di lavoro. Vedo persone cresciute ed amici mai stati amici. Sprofondo in perdute certezze che un tempo sembravano tutto e galleggio tra le acque del mare che con il sale purifica il corpo.
Non so se quella troppo diversa è una Erica cambiata, non capisco se è lei a doversi adattare ad una vita sregolata.

Io sono fatta di pensieri e parole, poco alchool e tanto cuore. Sono ricca di occhi e sguardi, consigli e appoggi, connessione e traguardi. Non sono un conto in banca o una macchina veloce, non sono fatta di master o monologhi lobotomizzanti lunghi ore ed ore. Sono luce e novità, forza, anima e controllo, voglia di scoperta che vuole arrivare al fondo.

Qui in Francia ho un balcone, vedo il mondo da un punto alto che mi espone al mare e allo scoglio, rosso. Sono felice di vedere questo, arricchisco le mie idee per il prossimo anno, non mi lascio travolgere dall’ignoto e mantengo mio il centro, il nodo, lo slancio.
La Provenza è color mattone, calda come un maglione, offre spunti di riflessione o semplicemente scorci, prati verdi e vele di aquilone.
Sono sicura che tutto andrà bene, sono presente e vivo in costante osservazione di gente, la mente.

Quante strade strambe potrei prendere, quante storie assurde arrivano puntualmente. Ascolto, penso, ragiono e cerco la via migliore.
Non voglio quella più facile, non voglio essere semplice ma voglio crescere senza limitazione.

Non voglio fare paragoni, non costrizioni.

Viaggi di anima e deserto, fanno oggi da lente di ingrandimento, eliminano il superfluo e scavano fino al nocciolo. Non mi interessa più ridere in sere nere, non sono più ambasciatore e conservo con cura la mia sicurezza personale.
Non faccio regali a caso, non sorrido senza motivi ma canto a squarciagola se mi pare sia il caso di urlare.

La nuova me è in evoluzione, o meglio, ambientazione.
Non so ancora dove andrò, ma questo è un posto dove è bello stare.

Erica, anzi Atmosferica.

“E quindi? Adesso dove vai?”

Ore 8.08
Treno Italo,
Alta Velocità,
Roma Termini – Milano Centrale

Ti ho salutato dalla costa orientale della Sardegna e ora mi trovo qui, seduta al posto numero 4, della quinta carrozza in partenza dalla capitale.

Una mina vagante, una vagabonda. Il concetto di base e la radice di ogni parola, denotano il fatto che io stia vagando.
Alla ricerca di cosa?
Bella domanda.

O forse lo so.

Sono riuscita a creare una similitudine pensata ad hoc per le mie sensazioni, dinamiche di ritorno o forse di continuo viaggio.
Chi lo sa.
Mi paragono senza problemi ad uno scimpanzé che, aggirandosi tra persone e città, si trova totalmente diseducato nel vivere scene di normale convivenza, condivisione e comprensione.
Un animale selvatico abituato ai suoni della foresta e dei grilli, a vivere solo e senza aiuti, senza ritmi imposti ma solo seguendo flussi naturali.
Tutto questo si tramuta in una difficoltà di base che accomuna ogni situazione, nella voglia di continuare a viaggiare, di vivere in movimento, per rimandare continuamente l’impegno dell’adattamento.

Una settimana rigenerante di pura e selvaggia Sardegna, è stata seguita da Roma e dalla sua sabbia bollente ma comunque morbida. Ho cercato di dipingere a modo mio scene e paesaggi, ho creato affreschi e verdi selvatici, ho catturato immagini che possano fare da ponte tra quel che era, e quel che è.

Il nodo della questione, è che sono in difficoltà e che non voglio farmi risucchiare dalla solita banale quotidianità che quasi mai comprende sani colpi di testa o picchi di estremo coraggio. Vorrei non perdere questa mia indole, non potrei vivere senza scatti di cuore e stimoli adrenalinici.

La gente mi chiede quale sarà la mia prossima meta, mi dice che non mi devo fermare, che non posso farlo ora.
Spesso vorrei poter non sentire e ascoltare solo quel che arriva da dentro, non ciò che viene da fuori.
Non me ne volere ma in questi casi penso sia semplice dire:

“E quindi? Adesso dove vai?”

Beh, io non lo trovo per niente semplice, anche un po’ ingiusto. Spero sempre di ricevere domande più aperte di queste ma puntualmente non accade. Per quanto possa sembrare una domanda che urla libertà, è comunque chiusa in un preconcetto.
Chi ha viaggiato deve continuare a farlo, deve continuare a riempirsi gli occhi di vita.
Chi non lo ha fatto, è scontato che rimanga chiuso nel suo nido.

Beh, non credi sia limitante?

Non so cosa accadrà alla mia vita ma penso sia giusto che chi voglia esplorare, si senta libero di farlo con la propria anima.
Me compresa.

Milano, ore 11.34

Grazie vita.

Erica, anzi Atmosferica.

Il richiamo.

Mi trovo di nuovo in un campeggio, questa volta dormo in una roulotte. Guardandole dal fuori, mi hanno sempre attirata, avrei sempre voluto dormirci almeno una volta. Mi sono sempre sentita come una bambina che volesse provare un gioco nuovo, un’esperienza in roulotte.

Che figata!
Chissà come sarebbe stato.

Senza nemmeno accorgermene, mi trovo in una delle zone più wild e selvagge della Sardegna e dormire in una piccola casetta con le ruote. All’esterno una veranda di plastica arancione crea una cappa di caldo nelle ore di punta, ma la sera diventa molto accogliente e fresca. Santa Lucia e La Caletta, realtà piccole e strettamente paesane che si affacciano sul mare. Tra loro, una lunga spiaggia fa da unione e oggi l’ho percorsa tutta. Cinque chilometri a bordo piscina.
Sabbia bianca, mare cristallino, ombrelloni colorati e forti folate di vento. Niente di commerciale, niente che avevo già visto in Sardegna. Questa nuova faccia, mi stupisce.

Tutto nuovo.

Ecco che questa vita da campeggio mi ricorda quella Australiana, quella fatta di niente e di tutto, quella del lungo viaggio e dei mille campeggi lungo la strada. Una vita fatta di rumori naturali e bagno comune, la resina degli alberi e piccoli vialetti piastrellati che fanno strada tra tende e bungalow. Sento che questo habitat sia parte di me e mi piace ritrovare queste sensazioni in un posto vicino a Casa, in Italia.

Chi l’avrebbe mai detto che avrei preferito la vita da campeggio, a tutte le altre vite.

Varie vicessitudini tra bed&breakfast e piccoli appartamenti, mi hanno fatto optare per la soluzione più essenziale, la meno dispendiosa, la mia. Devo ancora accettare di rivedermi tra quattro mura di legno di una roulotte senza cucina, devo accettare che sono anche questa e che dopo pochi giorni di ritorno, sono venuta a ritrovarmi e ricercarmi, qui.

Ad ascoltarmi.

Sto seguendo i miei impulsi, chiamalo istinto o sesto senso, sto agendo e viaggiando di pancia ora che ho ancora tempo per farlo.
Questa vita mi riporta al contatto con il vero, alla base e al primario. Appena ho sentito il minimo rischio di perdere tutto questo, sono scappata. Non sono riuscita ad integrarmi subito con la realtà di sempre. Quella di città, quella di persone e tante domande, quella di caffè al bar e treni senza aria condizionata.

Mi dovrò impegnare ma non voglio soffrire.

Mi sono rifugiata tra aghi di pino e una spiaggia bianca, i grilli non fermano mai i loro strani canti e la notte si dorme bene, è fresco e silenzioso.

Questo è il posto giusto in cui stare.

Adesso.

Amo lo Yoga sulla spiaggia, le musiche verso sera e la pace che regna come un accordo comune. Tramonti assurdi e giochi di colore, alberelli selvaggi e cielo aperto. Non voglio niente di ricco, niente di sofisticato o comodo.
Voglio solo questo. Un letto che in fin dei conti è in un bosco senza tetto.

Ancora qualche giorno qui, sarà la cura.
La Sardegna ha sempre disinfettato le mie ferite e ascoltato le mie richieste. È sempre stata impeccabile nella sua bellezza e comprensione, mi ha sempre chiamata a sé quando non ci sarebbe stato altro posto in cui andare.

Erica, anzi Atmosferica.

Il vuoto e “La sera del ritorno”.

Ho altro da raccontare, altro che riguarda il mio ritorno. In questi giorni pieni di spostamenti, viaggi in treno e chilometri di cemento, sto cercando di ritrovare il mio posto nel mondo, in Italia.

Un angolo di pace che mi faccia sentire libera.

Continuo a pensare ad una bellissima serata trascorsa in compagnia di Zie e Amiche, qualche giorno fa. Ero tornata da forse 72 ore e una riunione di saluto e connessione nuova, è stata l’idea di Mamma. Un altro modo per darmi il benvenuto, un gesto amorevole per farmi sentire a casa.

Qualche pasticcino, una sana Macedonia e una bottiglia di prosecco per festeggiare. Questi erano i condimenti che rendevano il tutto più colorato e gustoso, frizzante e dolce. Il giardino di casa faceva da sfondo e delle candele colorate allontanavano le zanzare riscaldando l’Atmosfera.

Dopo i primi minuti di confusione e domande accavallate, il creativo Papà Elio è intervenuto con la sua idea. “Facciamo un gioco, mettiamoci in cerchio e ognuno farà una domanda quando sarà il proprio turno!”

Una risata generale è sfociata nell’accordo pieno, ha creato ordine e curiosità. Ero curiosa anche io, mi sentivo al centro dell’attenzione ma con molto piacere.

Il giro delle domande è partito subito in senso anti-orario. Di fianco a me, Papà osservava la scena dal mio stesso punto di vista. Forse accadeva per la prima volta. Guardavamo con gli stessi occhi, ascoltavamo con le stesse orecchie.

Vorrei condividere con te alcune domande e di seguito le mie risposte. Trovo giusto doverti rendere partecipe di una nostra serata, in cui meritavi di esistere anche tu.

“Hai mangiato qualcosa di particolare?”

Ho risposto che non ho mai assaggiato cibo che mi abbia fatto mancare il fiato. Nulla che mi abbia rapito le papille gustative. Certo, il cibo thailandese piccante mi ha tolto il respiro per ovvi motivi, ma per il resto non sono rimasta mai troppo stupita da quel che avevo nel piatto. In Australia sono arrivata a detestare frutta e verdura, avevano sapore e consistenza chimica e non sapevano di natura. Non troppo.
Non ho mai assaggiato la carne di canguro, non ce l’ho fatta. Per tutto il tempo del mio viaggio, ho mangiato solo carne bianca. Non mi sono mai imposta diete particolari, mangiavo quel che mi andava, quel che il corpo chiedeva.
In Thailandia, invece, mi sono depurata e purificata. Verdure cotte e crude, grandi insalate di frutta e riso ovunque. Una vera goduria per il mio palato.

“C’è mai stato un posto che hai chiamato ‘Casa’?”

No. Sydney mi ha cullata e coccolata, mi ha fatta sentire a casa ma non l’ho mai intesa come la mia città. Mi sentivo ad ogni modo ospite anche perché non ho mai pensato di non tornare in Italia.
Piazze, muretti e panchine, mi richiamavano nei momenti di solitudine in cui volevo sentirmi bene. Guardavo al cielo e vedevo le punte dei palazzi, possenti.
Mi piaceva ritornare nei miei angoli di pace, mi piaceva vedere Sydney in tutti i suoi specchi e colori, mi sentivo bene ma non a Casa. Sarà sempre nel mio cuore quella città, tanto cattiva all’inizio ma piena di amore alla fine.

“In un momento di tristezza hai mai pensato di tornare a casa?”

No. Ero sempre consapevole che ogni momento di tristezza e malinconia, era stato preceduto da un momento di benessere e sarebbe stato seguito da un’altro stato d’animo positivo. Credo che affrontare e superare negatività, sia sinonimo di maturità e voglia di conoscersi davvero. Bisogna essere in grado di guardare il proprio malessere dall’esterno cercando di non identificarsi in lui.
Io ci ho sempre provato, con la consapevolezza di voler tornare a casa per felicità.

“Qual è il tuo obiettivo ora? Dove vuoi andare?”

Il mio prossimo traguardo è quello di trovare pace nel niente. È difficile tornare in una realtà dove in ogni fase della vita si ha sempre avuto uno scopo, ma ora la sensazione di appartenenza non è più così forte. Il mio obiettivo è quello di trovare un equilibrio prima di agire per una costruzione, un progetto di lavoro.
Tutti si lamentano del fatto che si lavora troppo e che lo stress porta a correre continuamente, affaticando l’anima al pensiero del futuro.
Accade questo, sì, ma nel momento in cui non si ha nulla da fare, si entra facilmente in crisi, ci si sente persi senza una sfida giornaliera.
Di cosa ci si lamenta allora?
Voglio imparare a godermi un momento di vuoto senza dimenticare che ora sono piena di me, come è giusto che sia.
Da fine agosto, farò fruttare le mie energie e con la dovuta calma, penserò ai miei progetti.

“Chi è stata la persona che ti è rimasta nel cuore?”

Ilaria. Con lei ho avuto un bellissimo scambio di emozioni e insegnamenti. Lei mi ha insegnato una magica dolcezza fatta di fiori e conchiglie colorate, mi ha dimostrato che quel mondo ormai poco conosciuto ed esplorato esiste davvero, basta solo costruirlo giorno dopo giorno. Basta crederci.
Io a lei ho dato un pezzo della mia positività e della voglia di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, le ho voluto dire che “Tutto andrà bene!”.

“Sei rimasta in contatto con Mattia? L’Ingegnere…”

Certo, Mattia è tornato nella sua amata Brescia a Maggio. Una buona opportunità lavorativa lo ha fatto diventare Ingegnere a tutti gli effetti, è sereno.
Sicuramente andrò a respirare la sua realtà bresciana e sarò ben contenta di ospitarlo a Lecco, la mia cittadella sul Lago.

“Cosa ti ha segnato di più nel ritiro spirituale?”

Penso che la convivenza con la giungla sia stata per me la prova più snervate. Continuamente in tensione, cercavo di trovare pace anche se, puntualmente, saltavo in aria al minimo rumore o visione strana. Animali e umidità, caldo e temporali, buio e insetti.
La parte più difficile è stata questa. La giungla e il mistero del silenzio.

“Hai mai avuto paura?”

Sì. Quando abbiamo iniziato la traversata della spianata deserta in Australia, alla prima sosta siamo stati travolti da un temporale ventoso, persino le pentole perdevano il contatto con il suolo e Vando traballava e tremava come una foglia. Lì ho avuto paura, mi sono sentita piccola, indifesa ed impotente nei confronti dell’inaspettata forza della natura. Era appena iniziato un viaggio di migliaia di chilometri vuoti, lungo la costa sud dell’Australia. Si era appena aperta una scommessa e per un momento ho temuto di non essere pronta a vincere o comunque a combattere.
Dopo la tempesta è uscito il sole. I colori sono tornati accesi e le nuvole a fare da cornice.

Ecco queste sono alcune delle domande. Le più importanti. È stata un momento di condivisione emozionante che credo rimarrà tra i miei ricordi come “La sera del ritorno.”


Ora sto partendo di nuovo. Un aereo sta per decollare, il mio cuore sta per volare. Devo ancora abituarmi alla sensazione del vuoto, è vero. Forse è per questo motivo che non riesco ancora a fermarmi. Voglio sentire il petto schiacciato alla poltrona, voglio vedere le nuvole dall’alto. Sto seguendo il mio istinto che non vuole ancora frenare la corsa. Forse non sono fatta per rallentare o forse non è il momento.
Ora so che voglio scrivere e per farlo ho bisogno di stimoli giusti, voglio godermi il niente nei posti più belli, quelli che sono stati creati per me e per le mie storie.

E comunque,
il vuoto,
in cielo,
si sente meglio.

Erica, anzi Atmosferica.

Mi prometto…

Me la sto facendo sotto.

Si può dire?

Una domanda della Mitica Zia Angi mi ha fatto riflettere e mi ha spinto a svuotarmi di parole ancora una volta. È solo scrivendo che riesco a sentirmi meno ingolfata di pensieri e questo inizio singhiozzante ti può far capire quanto sia intasata fino alla punta di ogni capello.
Magari non lo stai percependo ma devi credimi se ti dico che le mie mani si bloccano continuamente.

Tra poco torno.
Parto o torno?

Non lo so.
Sicuramente sarà bellissimo.

La domanda che mi è stata rivolta è la seguente:
«Cosa temi di più del tuo ritorno? Il “troppo pieno” o il “troppo vuoto”?»

La mia risposta è uscita naturale.
Le ho detto che temo il passaggio dal “troppo pieno” iniziale al “troppo vuoto” successivo.
In realtà non ho paura di tornare, non temo nulla perché sono dell’idea che se semini del buono, non potrà altro che fiorire ciò che meriti.
Semplicemente in questi giorni di cielo continuamente capriccioso, mi sto facendo delle promesse molto chiare e sarò intransigente con me stessa se solo mi azzarderò a non rispettarle.
Mi sto chiedendo calma e di non sottovalutare mai la potenza che ho scoperto dentro me. Mi prometto di non dimenticare mai il percorso che ho fatto per arrivare ad avere un saldo equilibrio e una forte indipendenza emotiva. Il “troppo pieno” iniziale sarà colmo di affetto, famiglia, uscite con le amiche e interminabili chiacchiere con le persone importanti.
Non sarà mai “troppo”.
Mi sento super richiesta e ho il cuore che esplode dalla gioia e dalla voglia di riabbracciare anime speciali che mi hanno accompagnata giorno dopo giorno, non perdendosi nemmeno un passo del mio cammino.
Mi prometto, inizialmente, di saziare la mia fame di coccole e occhi, di sguardi amici e profumi nuovi, di lasagna e pasta al pesto, di odore di casa e amore.
Mi prometto di non pensare a null’altro.
Non ci sarò per nessuno.
Anzi…

Ci sarò per tutti, finalmente.

Arriverà poi il giorno in cui la mia vita tornerà a scorrere sui binari di una quotidianità, di una calma fatta di piccole cose e sarà quello il momento in cui decidere che strada prendere.
Mi prometto di non precludermi niente ma di mantenere sempre il senso delle mie scelte.
Mi prometto di fermarmi se sarà opportuno farlo e di rispettare i limiti di velocità.
Erica, anzi Atmosferica.
Chi diventerà?

Me lo chiedo spesso ma giusto per il gusto di farlo.
Perché mi va.
🙂
È divertente ed elettrizzante.

Sogno una vita fatta di libere scelte e sogni.
Mi prometto di avere pazienza nell’attendere risposte dall’universo.
Prima o poi quelle arrivano.
Parlo di conoscenze che aprono porte, parlo di segnali che appaiono come grandi luci di emergenza, parlo di input che arrivano nel momento del bisogno, quando tutto potrebbe sembrare piatto e poco stimolante. Anche quello farà parte del gioco, tutto accade per un motivo e presto o tardi esso si paleserà.

L’organizzatrice che è in me vuole sfondare nel mondo della comunicazione.

Quando dico che voglio “sfondare” significa che voglio arricchirmi di persone e lavorare per i sogni altrui.
Non voglio diventare ricca.
Organizzare eventi, matrimoni, importanti convegni.
Quello sarebbe pane per i miei denti.
Questa è Erica.
Mi vedo elegante e sorridente, professionale e precisa, mi vedo capace e sicura nel trasmettere sicurezza.
È giusto pensare che tutto è possibile.

Mi prometto di non perdermi mai e di provarci sempre.

Poi c’è Erica, anzi Atmosferica.
A lei piace scrivere e fotografare.
Anche in questo caso, le piace sognare e far sognare.

Quanti messaggi ho ricevuto pieni di ringraziamenti, ricchi di belle parole e complimenti.
“Grazie perché attraverso le tue parole mi fai viaggiare.”
“Grazie perché con le tue fotografie mi fai sognare ed esplorare luoghi che vedo troppo lontani.”

Erica, anzi Atmosferica, vuole continuare a coltivare questa passione e a far fiorire idee di motivazione nel cuore delle persone.

Vorrei essere di aiuto, di ispirazione o di esempio.
Vorrei portare a spasso per meravigliosi luoghi chi, per i più svariati motivi, non può viaggiare.
Vorrei essere una valvola di sfogo, una porta aperta sul mondo in cui, chi vuole, può entrare.
Vorrei essere una vetrata affacciata su una verde vallata da cui poter guardare la natura e l’infinito.

Mi prometto di darmi del tempo e di vivere questi ultimissimi giorni di piena solitudine al meglio.
Mi prometto di non lasciarmi prendere troppo dalla tempesta di pensieri, leggere paure, ambizioni, progetti.
Mi prometto di non correre mai e di camminare nel tempo presente guardando il cielo con grande fiducia.

Questo cielo che sempre generoso mi ha dato e parlato,
che delicato non mi ha mai schiacciato,
che premuroso non mi ha mai abbandonato,
ma che,
soprattutto,

sempre fedele non mi ha mai tradito.

Erica, anzi Atmosferica.

Voglio vivere così.

L’isola di Koh Samui è gelosa del mio tempo e della mia energia. Non so come dire, vuole tutto per sé, mi vuole tutta per lei.

Quando sono arrivata qui, qualche giorno fa, l’ho trovata diversa rispetto ai primi di giugno, quando l’ho incontrata per poche ore. Ero di passaggio. Mi aveva trasmesso buona energia ma non era così bella e ben agghindata. In una telefonata raccontavo al papà che è come se, durante la mia permanenza a Koh Phangan, si sia fatta elegante per il periodo di alta stagione. Un po’ come quando ci si veste bene per andare a cena, perche quella è l’occasione per sfoggiare il più bel vestito, un trucco leggero ma che valorizzi occhi e sorriso e un giusto accessorio che renda il tutto personale e particolare.

Beh, l’isola di Koh Samui, a distanza di venti giorni, l’ho trovata così. Pronta per una cena importante anzi, galante.

Le strade non sono messe così male, le luci delle insegne funzionano, ho visto che hanno aperto un nuovo supermercato e la spazzatura è stata ripulita. Forse questo accade una volta all’anno, giusto giusto per i mesi di Luglio e Agosto. Il resort in cui alloggio ha sfoggiato le tovaglie più belle e ha aggiustato i due ventilatori all’ingresso, le bancarelle sono ben fornite e più ordinate. Tutto è molto più invitante.
Beh, sono felice di averla conosciuta anche sotto queste vesti perché vedo in lei grandi potenzialità, una grande bellezza semplice e naturale.

Beh, di natura stiamo parlando.

Ma non solo.

Le persone sono accomodanti e gentili, qualsiasi cosa di cui tu possa avere bisogno, è sempre possibile, fattibile, immediatamente e senza esitazione. Prestano tanta attenzione ai turisti e alle loro necessità anche se, come ti ho già detto, io non mi sento per niente turista.
Sono parte integrante del tutto.
Sono qui.
Arrivo dall’Australia, proseguirò verso un’amata Italia, ma ora sono qui.
Anima, corpo e cuore.
Nulla di turistico.

Io voglio parlare con la Thailandia, interpretare i suoi versi e capire le sue smorfie. Gli isolani, qui, recitano una parte. Gli piace giocare al gioco dei poveri che si rapportano ai turisti.
Sempre e comunque ricchi.
È lì che calcano la mano sui prezzi, cercano di guadagnare il più possibile e puntano sul fatto che la loro moneta vale poco.
Tieni presente che 1000 Bath, corrispondono a 25 Euro.
Bene.
Pensa che un bel vestito, di un buon tessuto e qualità, costa circa 1200 Bath.
Appurato questo, ti dico anche che giusto stasera ho scambiato due chiacchiere con Soe, un ragazzo thailandese che lavora qui di fronte al mio albergo, nel ristorante del fratello, da ormai 5 anni.
Perfetto.
Il suo stipendio mensile è di 8000 Bath e l’affitto gli viene a costare 500 Bath al mese.
Posso venirti incontro, ti traduco il tutto in Euro così facciamo prima.
Guadagna 200 Euro al mese e paga 12,5 euro di affitto.

Questo deve farti capire come qui, il turismo sia tutto e per due/tre mesi all’anno, ognuno punta al massimo guadagno perché questa è l’occasione.
La volta buona per fare i soldi, la cena galante, il momento giusto per indossare il vestito migliore e decorare il viso con un filo di trucco.

Un mondo di contrasti, ricchi resort confinanti con angoli sporchi e catapecchie puzzolenti, persone povere ma piene di colori, strafottenti turisti che “Cosa vuoi che siano 1000 Bath…”, ammaliatori thailandesi che cercano di invitarti a cenare in lussuosi ristoranti sul mare e altri locali affacciati sulla strada che fanno da mangiare per il pubblico ma più che ristoranti sembrano piccole realtà famigliari dove la cucina del locale è la stessa di quella di casa.
Assurdo.

Ho capito che i thailandesi ricchi tengono l’unghia del mignolo molto lunga.

Ma quanto saranno ricchi i ricchi?

Io so di essere ricca almeno quanto loro ma sto facendo di tutto per sentirmi povera, per respirare la loro aria, per sguazzare nella loro acqua, per mangiare la loro gustosa e salutare cucina.
Io sto nella realtà thailandese, non in quella che attrae i turisti.
Voglio capire come si vive con il salario di quel ragazzo che per un turista, è il budget giornaliero.

Sì, magari perché sceglie di spenderli per una costosa bottiglia di vino a bordo piscina, nel più bel resort della Thailandia, senza capire niente di cosa la Thailandia sia.

Pensaci.

Voglio vivere così.

Erica, anzi Atmosferica.

Questo è il mio mondo.

Sono qui, rilassata in uno dei tanti momenti contemplativi delle mie giornate. È sera e tra poco l’Italia giocherà un match decisivo. Avrei voglia di tifare e di guardare la partita insieme ai tanti ragazzi thailandesi che lavorano nel resort ma voglio prima ascoltare la mia vocina della verità. Lei, la mia più cara compagna di viaggio, lei che mi regala sempre grandi emozioni.

Soprattutto grandi piccole attenzioni.

Ultimamente non scrivo tutti i giorni, sono più riflessiva anche nel decidere cosa gettare nero su bianco, cosa condividere o al contrario, tenere per me. In questi lunghi mesi di viaggio, non ho mai badato a filtri, ti ho voluto regalare ogni mia singola emozione e pensiero anche se passeggero.
L’ho fatto per la mia famiglia, le amiche, insomma…

L’ho fatto per il mio piccolo grande mondo che ho salutato quel giorno di metà novembre.

Ora sento che le “mie persone” stanno per tornare vicine, o meglio, io sto per tornare da loro e non sento più la necessità di scrivere per loro. Scrivo prima di tutto per me. Quando mi va. Solo io posso sapere il perché.
Qualche tempo fa, pensavo alla mamma che aspettava impaziente, al papà sempre in prima linea, alle amiche fan sfegatate.

Ma.

In tutto questo.

Penso a una cosa.

Sono tremendamente orgogliosa del lavoro che sono riuscita ad arricchire ogni giorno o quasi. Ho tra le mani una grande cassa del tesoro dove sono custoditi dei gioielli dal valore inestimabile. I miei scritti, i miei articoli, le mie dediche e i miei colori. Le mie poesie, le mie foto e le mie crisi nostalgiche.

Non dico questo perché voglio vantarmi di avere una dote innata. In tutti questi mesi avrei anche potuto scrivere una parola al giorno, avrei potuto condividere una fotografia.
Per quello non servirebbe un talento ma solo tanta voglia di comunicare.
Di fissare.
Come dice il papà, non serve scrivere poemi per arrivare. Anche due parole possono dire tutto e possono saziare.

Sono orgogliosa perché qui dentro c’è il mio mondo, il mio viaggio e la mia crescita. Ci sono le persone che ho incontrato, i luoghi che facevano puntualmente da sfondo o da cornice. C’è una ricchezza che potrò condividere con chiunque, un giorno. Tra qualche anno. Tra tanti anni.
Potrò ripercorrere il viaggio che mi ha portata fino a qui, in Thailandia, sull’isola di Koh Phangan. Potrò rivivere passo dopo passo un percorso interiore costato fatica ma che ora sprigiona lentamente la sua gioia.
A piccole dosi.
Potrò catapultarmi di nuovo nella realtà di Sydney, sulle bianche dune di Lancelin, nel “The Pinnacles Desert”, sul grattacielo più alto di Melbourne o nel monastero buddista in cui ho fatto l’esperienza più profonda e piena di significato. Potrò ripercorrere il corso d’acqua che attraversa Brisbane, riflettermi negli specchi dei grattacieli e riattraversare la deserta pianura del Nullarbor Plain a bordo di Vando, amato Vando.

Io sono orgogliosa. Sono felice e soddisfatta del mio lavoro.

Sì, lo so che non sono ancora tornata.
Lo so che avrò ancora molto di cui scrivere.
Questa vuole solo essere una riflessione.
E poi…
Non smetterò mai di scrivere.
Mai nella vita.
A costo di rinchiudere le mie parole in un diario segreto di carta riciclata.
Mai.

Io mi sento tanto grande. Sento una potenza che mi esplode dentro e la percepisco soprattutto quando parlo con le persone.
Di ogni nazionalità e cultura, di ogni età e lingua.
Puntualmente, quando parlo di me, mi trovo davanti ad occhi increduli o a bocche aperte. Facce basite, alcuni provano pena.
Forse è invidia?
Che è?

Oddio… a volte mi sento un alieno.

“Sei qui da sola?”

“Arrivi dall’Australia?”

“Ma quanti anni hai?”

Se stessi ad interpretare le facce della gente, mi porterei da sola in un centro di analisi psichiatrica.
Non lo so.
Sembra incredibile che io stia viaggiando senza una compagnia e che non stia male per questo.
Quanto fa paura la solitudine.
Succede che mi trovo a mangiare ad un tavolo e mi viene chiesto:

“Ma non ceni con i tuoi amici?”


No…

scusa?


È lì che mi va di traverso il boccone.
È lì che scoppio in una risata delle mie.

Io amo lasciare di stucco tutti, soprattutto quelli che non concepiscono la solitudine come la più grande amicizia.
Devono capire!

Non voglio fare la morale a nessuno ma permettimi di dire quel che penso. Amo mangiare da sola, all’ora che voglio, quanto voglio e al tavolo che scelgo io. Amo ordinare un primo insieme ad una macedonia o mangiare tre piatti di verdure perché mi va così. Amo stare un po’ scomposta, divertirmi nell’osservare gli altri e fare tanti discorsi interessanti con la mia mente e il mio cibo. Mi prendo i miei tempi, osservo il mare, ho i miei ritmi, mi prendo pause e se voglio ordino un dolce.
Amo anche cenare con amici, perché no. Ma non sono di certo il tipo che organizza una cena in compagnia in maniera forzata.
Le cose vanno come devono andare e arrivano se devono arrivare.

Anche perché, quando si è in viaggio, non si può parlare di compagnie amiche ma solo di storie.
Prima viene la storia e poi la persona.
Ci sarà sempre l’eccezione che confermerà la regola ma sarà solo la storia a rimanere tua amica, sarà la storia a cercare spazio nel tuo, sempre più pesante, bagaglio.

Spero di essermi spiegata.

Viva la vita e le cene in solitudine.

Erica, anzi atmosferica.


PS. Viva l’amicizia. Quella vera, sempre.

Thailandia e libertà.

Sto entrando nella fase in cui quel che mi circonda è normale e ordinario ma, ieri, parlando con Valentina, mi sono come risvegliata. Ho realizzato che tutto questo fa parte di una realtà a molti sconosciuta e inimmaginabile.

Cercavo di raccontarle e di descriverle la Thailandia, attraverso questa fotografia scattata in un momento di osservazione. Alle sue domande mi veniva difficile rispondere cercando particolari e dettagli che potessero essermi di aiuto. Richiamavo alla mente persone e luoghi che chiamo “Thailandia”, che ho inserito in questa scatola durante i miei giorni qui.
Ho riportato alla mente questa fotografia e la sensazione che ho provato nell’immortalarla.
Gelo.
Anche se il termometro segnava 35 gradi umidi.
Credo che qui si possa vedere chiaramente, si possa leggere e capire.
Una foto che potrebbe essere paragonata ad un racconto. Ad una storia.

I cavi della corrente attorcigliati a formare una matassa di grovigli paurosi. Un disordine che urla ovunque, in ogni piccola cosa.
Casa.
Lo ritrovo in ogni angolo, nei cani abbandonati e nelle catapecchie di lamiera che si affacciano sulla strada. Un disordine che grida aiuto o voglia di ribellione, non lo so, non l’ho ancora capito. Forse è un disordine che parla semplicemente di “Thailndia”.

Un’intera famiglia su un motorino. Erano circa le due del pomeriggio, forse i genitori erano andati alla scuola a recuperare le due piccole creature. Sì, perché anche qui ci sono istituti che provvedono all’istruzione ma sorge spontanea una domanda: “Quali insegnamenti vengono trasmessi? Quali regole condivise?”

Mi piacerebbe per un giorno entrare a scuola, alla scuola elementare. Vorrei assistere ad una lezione, ascoltare le parole delle maestre e capire cosa significhi per loro “Insegnare” e di conseguenza “Andare a scuola”.
Vorrei entrare nella testa di genitori e bambini e capire in che misura tengano alla loro vita, alla loro unica esistenza.
Non voglio essere polemica e nemmeno aggressiva ma non riesco a comprendere questa filosofia di estrema libertà che va a sorpassare la linea di confine tra sicurezza e rischio, tra responsabilità e totale mancanza di essa.

Quando vedo immagini di questo genere esce inevitabilmente Papà. Parlo con le sue parole, ragiono con la sua testa.
Come può un’intera famiglia rischiare la vita su un pericolante e vecchio motorino?
Si potrebbe optare per due viaggi o almeno per quattro caschi. Un solo genitore dovrebbe andare a recuperare i figli, una persona in meno farebbe la differenza.

Poi però, forse, riesco ad immaginare la loro povertà, la loro casa e la loro realtà. Lei forse lava i panni per 50 BATH al chilo, lui forse vende pollo allo spiedo. Un motorino è un grande lusso per loro, un cambiamento sensazionale per la vita famigliare, per quella dei due piccoli. Un piccolo mezzo su due ruote che ha la capacità di unire e di farli volare assieme, di riempire i loro cuori di orgoglio perchè sì, sono riusciti a risparmiare per permettersi un motorino sgangherato. Giorno dopo giorno sono riusciti a raggiungere un grande obiettivo, tra l’immondizia puzzolente e ricchi turisti che non potrebbero mai capire.
Sì, forse il valore va al di là della responsabilità.
Forse l’amore se ne frega di tutto.

Poi, da questa parte, da questo lato della strada, “La pizzeria di Ale”. Un italiano sulla quarantina che nella vita sogna di fare il sindaco. Vive sull’isola di Koh Phangan da cinque anni, un posto che per lui prende il nome di “Libertà” e che si riflette nei suoi lunghi rasta raccolti in una matassa, proprio come i cavi dell’alta tensione.
Un cartello scritto a mano e costruito con poveri pezzi di carta, segnala il suo locale sul ciglio della strada. Una stanza con qualche tavolo e un pannello di plastica giallo appeso alla parete, il menù.
Osservavo tutto con molta attenzione e parlare con lui mi ha permesso di capire meglio. La provincia di Perugia gli ha messo troppi paletti, troppi conformismi, troppa poca libertà. Qui può respirare a pieni polmoni la vita, può campare con poco senza doversi preoccupare delle tasse e delle bollette. Parlare in italiano ha permesso a lui di sfogarsi sui più disparati temi che riguardano il nostro Paese, il mio, il suo. La politica, Papa Francesco, il nuovo sindaco di Roma e le sue esperienze nel consiglio comunale del paese di Provincia da cui proviene. Era come se non vedesse l’ora di parlarne con qualcuno, ho letto in lui quasi una frustrazione, lo ascoltavo.

Davanti a tanta voglia di libertà, ritrovo puntualmente un forte ed innegabile senso di appartenenza alla bandiera tricolore. Ho visto una nostalgia intensa e sofferente, ho percepito una grande voglia di sentirsi italiano e di teletrasportarsi per un momento nel mio mondo, meno thailandese del suo.

Che cos’è quindi la libertà?

Finisce per non essere più riconosciuta in un Paese come questo dove non c’è nulla da fare per essere liberi, perché tutto è fuori controllo. Tutto è già troppo libero.

Questo è forse il mondo in cui, saziata la voglia di libertà, scatta inevitabilmente l’esigenza di regole, di radici e famiglia, di cultura e storia, di mamma e di papà, di linee guida che fino a prova contraria ci hanno portato fino a qui, fino al punto in cui è impossibile farne a meno per essere davvero felici.

Erica, anzi Atmosferica.

La vita è un viaggio.

Mi devi scusare ma nel momento in cui viaggiare diventa sinonimo di “incontrare”, il tempo per scrivere si riduce drasticamente. Vengo rapita da storie e volti, da altri viaggi.
Il ritiro spirituale continua a maturare conseguenze positive nelle mie giornate. Apprezzo ancor di più i miei momenti di silenzio, rido come una matta e mi lascio trasportare da situazioni curiose, dai discorsi di viaggiatori e persone con strambe storie.

Giulia è ripartita per la sua avventura di tre mesi nel sud-est asiatico, zaino in spalla e sorriso. L’ho vista andare via così, insieme ai suoi divertenti sketch e al suo stile etnico ed inimitabile. Giulia è voglia di crescere e di arrivare, voglia di ampliare conoscenze e di raggiungere degli obiettivi, realizzare sogni.
Giulia mi ha servito generosamente una sostanziosa dose di possibilità, libertà e racconti. Ha ulteriormente aperto i miei orizzonti parlandomi dei suoi viaggi e della voglia di farcela da sola, lontana dalla Sardegna e dalla sua piccola e stretta realtà.
Inghilterra, Messico, Irlanda, Germania, tre lingue, forse quattro, un sorriso luminoso, occhi dolci e la simpatia di una cabarettista.
Mamma mia! Quanta luce!
Quanto c’è da fare, quanto si può salire? Quanto si può volare?
Lei mi ha spinta più su, ha ampliato le mie ali.

Non so, ha aperto nuovi cieli.

Avevo proprio bisogno di questo, l’universo mi ha ascoltato. Avevo bisogno di capire quanto avevo camminato e quanto ancora ci sarebbe da camminare. Affiancarmi a Giulia per qualche giorno, mi ha permesso di accendere nuove lampadine, nuove possibilità per me e la mia vita, nuovi colori sulla mia tavolozza e nuove idee per la mia opera d’arte.
Le alternative sono tante e tutte molto invitanti ma al momento c’è la voglia di esplorare questa terra ancora per un po’, c’è la data di ritorno, c’è la voglia di farcela.

Quella del ritorno è un’immagine sfuocata che spesso mi chiede chiarezza.

Io non la ascolto.
Io non la chiarifico.
Non è il momento.

Mi perdo volentieri in quei contorni poco chiari, colori sovrapposti e soggetti non identificabili. Il mio ritorno deve essere un altro viaggio e un’altra scoperta.
Non sono più per una vita programmata, mi rendo conto ora. Questo un po’ mi fa paura ma ne sono tremendamente orgogliosa.

Ho incontrato anche lui, nato in Svizzera ma cresciuto a Toronto. Ho parlato con il suo accento americano, affascinante e divertente. Per Jeffrey non era un problema dialogare passando dall’inglese allo spagnolo, dal portoghese al francese. Non era difficile capire l’italiano, una lingua espressiva e dolce.
Diceva.
Insomma, anche con lui le porte del mondo si sono aperte, nuovi stimoli sono arrivati forti e chiari e io sono stata inondata dal profumo e dalla fragranza del Canada.

Dalle lingue di tutto il mondo.

Per non parlare poi di Fai.
Ventisette anni, nato a Singapore, maestro di Yoga in India, approdato a Koh Phangan alla ricerca di relax e qualche scuola in cui insegnare. Molto tranquillamente. La proposta di un’amica l’ha guidato fino al centro Kow Tahm dove, come me, ha attraversato il silenzio.
Pazzesco parlare con i suoi occhi a mandorla, venire a conoscenza del significato dei suoi tatuaggi e delle sue credenze. Una persona che è stata in grado di spiegarmi la musica psichedelica, dando profondità ad un suono che avrei percepito piatto, noioso e monotono.
Anche lui mi ha aperto dieci mondi e li voglio esplorare tutti.
Si può?

Certo che si può.

La mia carica elettrica mi spaventa ma d’altronde è la mia verità. Io sono questo e troverò il modo per lasciarmi risucchiare da questi vortici di vita dal cielo senza perdere l’orientamento. Voglio salire e voglio vedere, voglio capire e continuare ad incontrare persone che arricchiscono il viaggio, che aggiungono mattoni alla mia casa.
Al mio mondo.

Erica, anzi Atmosferica.