“Australia” è anche questo.

Per la prima volta dopo due mesi, mi trovo finalmente a scrivere schiacciando velocemente questi tasti neri del mio computer. Io e Mattia stiamo rubando “qualche minuto” di connessione Wi-Fi al McDonald’s di Kalgoorlie consumando un succo di arancia e una Coca-Cola grande.

Sono quasi impacciata ed emozionata nel trovarmi a poter scrivere attraverso la mia vera macchina da scrivere. Quando ho la possibilità di comunicare grazie al computer, la scrittura è molto più fluente, viva, come la vorrei vivere ogni giorno. Purtroppo il continuo movimento e spostamento in aree pressoché deserte, mi costringe a racchiudere i miei pensieri nel telefono, un piccolo dispositivo che spesso ha bisogno del suo tempo per immagazzinare grandi pensieri.

A proposito di aree deserte…

Mi stupisce il fatto di poter avere a disposizione una funzionante e gratuita connessione Wi-Fi in questa cittadella che mi ha servito impressioni contrastanti che non comprendono quella di efficienza, sviluppo e urbanizzazione. Nel percorrere le strade desolate percependo miseria, povertà e degrado, ho individuato McDonald’s, KFC, Hungry Jack’s, K-Mart e Target come fossero dei bei fiori in un grande prato secco e pieno di erbacce. Vedo edifici che portano il nome di grandi marchi con occhi stupefatti, senza riuscire a dare una spiegazione a questa parvenza di sviluppo in una città priva di vita.

La foto che ho messo in evidenza oggi, l’ho scattata chiedendo a Mattia di accostare giusto per il tempo di catturare la realtà in un piccolo riquadro colorato ma scolorito.

“PICCADILLY BUTCHERS”

Macellaio di Via Piccadilly.

Un nome londinese che deriva dal piccolo quartiere, nel sentirlo nominare potrebbe risultare un negozio moderno, normale, avviato. Ma è qui che vi invito a guardare con attenzione l’immagine.

Un edificio trasandato e abbandonato da chissà quanti anni che sta insieme per grazia divina come tutte le case prefabbricate disposte in fila l’una accanto all’altra nelle vie parallele o adiacenti. Il palo della corrente in legno, i cavi dell’alta tensione scompigliati e disordinati. Una porta marcia e scritte illeggibili cancellate dal sole. In questa strada come nel gran numero di quelle percorse nei due giorni passati, la sensazione di abbandono è molto ricorrente. Pezzi di lamiera affaticati, taglienti e sbiaditi che patiscono il caldo senza che nessuno intervenga a mantenerli in vita. Macchine sgangherate abbandonate su marciapiedi e “lavori in corso” mai terminati.

Molte immagini di stanchezza e morte mi sono passate davanti e ogni volta il cuore si stringeva. La popolazione a Kalgoorlie è per lo più aborigena, e la tristezza si percepisce ovunque, anche al supermercato.

Gli aborigeni rappresentano per me un mondo ancora sconosciuto, incompreso, e posso solo riportarvi quel che ho visto e quel che mi ha turbato profondamente. Vivono una vita di abbandono e disagio e più volte ho incontrato famiglie in cui i piccoli non venivano trattati da tali mentre i genitori assumevano atteggiamenti di sregolatezza. Loro rappresentano la fetta più antica e radicata della popolazione australiana e per questo lo Stato tende a tutelarli dando loro una casa, un contributo mensile per gli alimenti e una certa protezione. Il 99% di loro, però, non è in grado di cogliere l’aiuto portandolo a proprio favore, vivendo per le strade, sotto ai ponti o nei parcheggi e utilizzando i pochi soldi per alcool e droga. Quanti ne ho visti chiedere cinque dollari con le mani giunte, quanti camminare disorientati in una città che dovrebbe essere per loro Casa, quanti con rosse ferite sulla faccia e quanti bambini piccoli con lo sguardo già adulto.

La loro situazione, per quanto riguarda il Western Australia, è assolutamente ignorata e forse non capita. Ripeto che mi limito a parlare per quel che hanno visto i miei occhi in zone isolate come questa, dove loro si adattano a vivere una vita di stenti senza prospettive di miglioramento. Mi è stato detto che nell’Est della Grande Isola, la situazione è nettamente diversa dove parecchi di loro ricoprono alte cariche lavorative.

Questa descrizione, si riflette pienamente nelle case, nei giardini pubblici, nelle insegne scolorite e nelle aiuole piene di erbacce mai estirpate. Molte abitazioni, potenzialmente perfette per famiglie numerose, stanno per cadere a pezzi. Nel piccolo giardinetto ammassi di rifiuti e scope rotte, le finestre senza vetri e le tapparelle storte, cancelli aperti arrugginiti e niente che dia una mezza idea di pulito o civiltà.

Molti giovani camminano per la strada sotto il sole a picco o nella desolazione della sera con in testa un cappuccio. Tristezza e solitudine, sregolatezza e alcolismo, povertà e menefreghismo sono sulle facce di tutti. Le persone, le attività e le poche vie vive,  basano la loro sopravvivenza sul turismo e su quella spinta economica che la Miniera d’ORO, di cui vi ho parlato ieri, possono offrire.

Come potete capire, rimarrò parecchio segnata e scossa da quel che ho visto qui. La mia riflessione, vuole essere una condivisione di crude immagini e sensazioni che non hanno bisogno di grandi giri di parole per trovare chiara espressione.

Ora che stiamo per abbandonare questa località, mi rendo conto che da oggi, Australia non sarà solo sinonimo di Meraviglia, Crescita, Trasformazione, Grandezza, Immensità, Sorpresa, Magia, Stupore, Sviluppo, Urbanizzazione, Velocità ed Efficienza.

No…

Da oggi includo nel pacchetto Povertà, Degrado, Tristezza, Abbandono e Incomprensione.

Da oggi, “Australia” è anche questo.

Erica, anzi Atmosferica.

L’incontro tanto atteso.

Il binomio famoso in tutto il mondo che affianca la parola “Australia” a quella di “Canguro”, non lo identificavo come veritiero fino ad oggi quando finalmente l’ho verificato con i miei occhi, con grande emozione.

Il fatto che in questa Grande Isola viva anche un cospicuo numero di marsupiali saltellanti, è risaputo ma diciamo che non è così scontato vederli e non è così facile creare un contatto con loro, avvicinarli e rendere il più lungo possibile quel momento tanto atteso e sognato.

Ci troviamo in visita a Cape Le Grand National Park, una distesa di chilometri quadrati di cespugli e alberi che si prolunga fino ad incontrare spiagge bianche o scogliere rosso mattone. È situato ad una cinquantina di chilometri dal centro della cittadella di Esperance e la giornata è ventosa, a tratti soleggiata ma non piovosa.

L’ingresso non è gratuito, 12 dollari per ogni veicolo. Successivamente al pagamento, la strada prosegue ancora per una decina di chilometri diramandosi in vie secondarie che terminano nel punto di osservazione, nella baia dotata sicuramente di nome proprio come ogni particolare ammasso di rocce rosse.

Abbiamo seguito inizialmente per Lucky Bay, la spiaggia fortunata. Sarà il nome, sarà che oggi era il giorno giusto, ma ancor prima di mettere piede nella baia ho allungato lo sguardo, ho superato il parcheggio, i cespugli… E li ho visti.

Saltellavano per pochi metri e si fermavano. Riprendevano a muoversi e poi si immobilizzavano di nuovo.

Non riuscivo a contornare la loro sagoma vista la lontananza di un centinaio di metri, ma li vedevo.

Mi sarei messa a correre per raggiungerli nel minor tempo possibile ma poi la mia parte razionale è intervenuta, suggerendomi di muovermi con cautela per non rischiare di vederli scappare via.

Erano tre. Uno di loro stava sdraiato sul fianco sulla spiaggia bagnata e bianca. Rimaneva impassibile ad ogni carezza e fotografia, trasmetteva calma e relax senza accennare il minimo fastidio. Era sicuramente abituato alla curiosità dei turisti, non era meravigliato nel vedere esseri umani. Il senso di meraviglia e stupore stava tutto dalla mia parte.
Alghe insabbiate e secche rendevano morbida la superficie su cui si riposava e non capivo se davvero fosse stanco o se stava lì con atteggiamento vanitoso ed esibizionista.

Vabbè, mi sono sdraiata con lui giusto per assumere un atteggiamento alla pari. Come per dire…

“Sono tua amica, non temere!”

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Altri due venivano nella mia direzione. Mi sentivo impacciata e non sapevo se fermarmi, se camminare verso di loro. Quando mi hanno raggiunta hanno allungato il muso verso l’alto, hanno annusato le mie mani e sono rimasti immobili per una fotografia.

La tanto sognata fotografia.

Forse cercavano cibo, forse volevano una carezza, oppure volevano solo farmi capire che non avevano paura di me e che quindi non dovevo averne di loro.
Non sapevo come toccarli, se toccarli, mi veniva da abbracciarli, e più che…

“Ciao bello!!!”

Non riuscivo a dire.

Di solito riesco a comunicare con gli animali. Soprattutto ultimamente i gabbiani e i pappagalli non mi intimoriscono più, sono figure famigliari con cui riesco a interagire tranquillamente.

I canguri erano una sorpresa, non ero pronta.

Questo magico incontro, è avvenuto dopo più di tre mesi dal mio arrivo in Australia e mi ha arricchita ma anche svuotata. Ora capisco il senso di quel famoso binomio e credo sia un perfetto abbinamento. Proprio oggi ho percepito questa terra come l’habitat naturale di questi vanitosi marsupiali. I canguri di Australia sanno di essere speciali e sono favorevoli a condividere la loro simpatia solo con chi non si dimostra troppo invadente.

Questa è la loro terra, la loro spiaggia, la loro baia.

Loro qui ci rimangono e ci vivono.

Tu, turista, vai e vieni. Sei di passaggio. Sei curioso. Entri una sola volta senza chiedere permesso pretendendo da loro immobilità e magari anche un sorriso. Vuoi parlare con loro e avere risposte.

Vuoi sapere di più senza renderti conto che il di più è lì, davanti a te.

AUSTRALIA – CANGURO

Da oggi, approvo.

Erica, anzi Atmosferica.

Un pezzo unico.

Vi do il benvenuto ad Esperance. Siamo arrivati ieri dopo un viaggio di circa sei ore, la temperatura era perfetta per macinare chilometri a differenza di altre volte in cui il caldo ci toglieva le forze. Due soste per sgranchire le gambe di cui una anche per rifornimento carburante e per il resto tutto liscio e regolare. Il vento era lunatico, si scatenava nelle zone in cui la strada scorreva in immense distese secche e senza confine. In quei momenti Mattia diminuiva la velocità e teneva saldamente il volante, governando il mezzo ballerino.

Un viaggio di sei ore che si è concluso con l’arrivo al campeggio nel tardo pomeriggio dove, per la prima volta, mi sono dovuta rapportare con una signora australiana davvero antipatica. In quelle occasioni il mio sorriso vince sempre e il mio inglese dà il meglio, non lasciandosi intimorire da niente e nessuno.

Abbiamo pagato per due notti qui, al Pink Lake Tourist Park, scelto con l’intento di risparmiare, perché posizionato nell’entroterra, e in un punto strategico rispetto al Pink Lake.

Oggi al nostro risveglio il cielo era grigio e fitto, ma anche dopo tre gocce di pioggia, non ci siamo lasciati contagiare dalla sua tristezza. Pochi chilometri ci separavano dal Lago Rosa, il terzo incontrato lungo i nostri tragitti. Ricordo il primo sull’isola di Rottnest e il secondo a nord di Perth nella zona di Port Gregory.

Seguite le indicazioni, ci siamo trovati davanti ad una distesa di sabbia bianca.

Ma come…

Sorpresa deludente ma meravigliosa.

Provo a spiegarvi la sensazione che ho provato nel vedere il lago totalmente prosciugato e nemmeno minimamente rosa. Da un lato la grande aspettativa era crollata all’istante. Quando da dietro i cespugli ho visto quella superficie candida mi sono sentita come una bimba che rimane a bocca asciutta dopo aver scartato un regalo che pensava contenesse il gioco che desiderava da tempo e invece si trova a fare i conti con uno totalmente diverso.

Diverso sì, ma non per questo meno divertente.

Dall’altro lato una meravigliosa sensazione matura, mi faceva vedere quello spettacolo attraverso occhi adulti. Ho capito nel giro di pochi secondi che, se anche non era il gioco che mi aspettavo, quello era il più bel regalo che potessi ricevere.

Egoisticamente volevo scoprire l’ennesimo lago rosa, ma nulla di tutto ciò la natura mi riservava.

Vedevamo in lontananza acqua, ma non colorata. Abbiamo camminato fino a raggiungerla notando sotto ai nostri passi, il cambiamento della sabbiolina compatta e grigia, che piano piano si trasformava in sale grosso.

Una distesa di sale da cucina.

Se mettevo il piede su un punto molto salato, non succedeva niente. Se invece mi appoggiavo in un punto poco salato, il mio piede sprofondava andando a toccare poltiglia argillosa.

Arrivati in riva al lago prosciugato, il sale era sempre di più e una schiuma bianca rifletteva una luce rosata. Sono convinta che se ci fosse stata più acqua, il colore sarebbe stato più vivo. Ho chiesto a Mattia di farmi un video per immortalare e condividere. Credo che una foto non avrebbe reso l’idea. C’era da toccare, da sentire la consistenza e la sostanza. Bisognava parlare e spiegare inquadrando a 360 gradi. Dovevo portarvi lì.
Mi scuso in anticipo per l’audio poco chiaro a causa del vento… Ma quello che dico nel video non è nulla di nuovo rispetto a quel che vi sto dicendo qui.

Abbiamo anche fatto divertire Vando e lui, a sua volta, ha giocato con noi. Una foto sul suo tetto, è stata d’obbligo. Quella distesa di sabbia compatta era invitante e perfetta per un autoscatto pazzo da veri viaggiatori. Questa è la classica foto che stamperò in formato gigante per appenderla nel soggiorno di casa.

Sarà un’emozione pazzesca il ricordo di questo Pink Lake, diventato White senza nemmeno avvisare e un sorriso spontaneo comparirà sul mio viso come quando quella bambina, capì di avere tra le mani un regalo invidiabile, un pezzo unico.

Erica, anzi Atmosferica.

Vorrei dirle…

Albany ci saluta con un po’ di pioggia e un po’ di sole, con un po’ di gioia e un po’ di dolore. Abbiamo fatto bene ieri a decidere di posticipare di un giorno la partenza, non era una giornata da sprecare in viaggio.

Quella di oggi direi di sì.

Anzi, mi correggo. Non è che la giornata in viaggio sia sprecata, tutt’altro. È fantastico, rilassante se vissuto con la dovuta calma, divertente, introspettivo e sorprendente. Quello che intendo dire è che quando la temperatura è ottimale e il cielo blu, viene spontaneo optare per la spiaggia, una gita, una passeggiata o nel caso vostro, per una castagnata.

🙂

Ma ci sono ancora le castagne?

Mi piace pensarvi davanti al camino a mangiare bollenti burolle.

Salutiamo quindi Albany dopo tre giorni meravigliosi. Nulla è mancato. La pioggia e il sole, il freddo e il caldo, spiaggia paradisiaca e altissimi scogli a strapiombo, mare calmo e oceano impetuoso. Sosta fortemente consigliata a chi sia come noi in viaggio, nel Western Australia. La cittadella è atipica rispetto alle altre incontrate fino ad ora. È la seconda in ordine di grandezza, dopo Perth, offre vasta scelta di supermercati, paesaggi, campeggi ed è costruita tra colline e un grande golfo che pare un lago. C’è un centro commerciale, il McDonalds e centri estetici, pasticcerie, macellai e panifici, parrucchieri, negozi di vestiti e banche, rotonde, semafori e passaggi pedonali.

Una piccola città fornita.

Ieri sera, la telefonata su Skype con la mia famiglia mi ha fatto pensare. Con grande sorpresa sono riuscita a parlare anche con la Zia Angela, una fan super presente amante della scrittura. Mi ha fatto domande curiose portandomi a riflettere su aspetti della mia esperienza che non prendo mai in considerazione essendo immersa in questa realtà. Mi ha fatto realizzare il fatto che sto davvero per lasciare il Western Australia e, una volta raggiunta l’altra sponda della Grande Isola, vedrò da lontano questo Paradiso dell’Ovest esplorato minuziosamente insieme al mio compagno di viaggio Mattia.
Mi ha chiesto se sono pronta a trovarmi in città movimentate e ben più vive di quelle visitate fino ad ora.

Le ho detto di sì.

Sono curiosa di vedermi in una metropoli, in mezzo alla confusione e al traffico. Mi sentirò diversa e percepirò tutte le nuove sensazioni che può captare una persona che ha vissuto per mesi in aree deserte e silenziose con il minimo indispensabile in compagnia di poche, pochissime persone.

Mancano ancora giorni prima di avere delle risposte ma al momento opportuno, vi parlerò di come mi sentirò. Sarà bello!

Le mie dolci sorelle mi hanno fatto domande strane. Una di loro mi ha persino chiesto se uso lo shampoo per lavarmi i capelli. La questione mi ha fatto sorridere ma poi ho pensato che sia lecito sospettare che qui sia tutto strano, diverso, capovolto e inimmaginabile.

Beh, come ho detto a lei, uso lo shampoo come il bagnoschiuma. Compro tutto al supermercato e mi lavo in una normale doccia. Ammorbidisco la pelle con crema idratante e dopo una giornata al mare, mi rinfresco con un banale dopo-sole. La sera mi lavo i denti con lo spazzolino, indosso generalmente indumenti estivi o pantaloni lunghi e sciarpa quando fa freddo. Nel mio beauty non mancano la pinzetta per le sopracciglia e una piccola lima per le unghie, i vestiti li lavo a mano perché mi scoccia pagare quattro dollari per fare una lavatrice che non riuscirei mai a riempire. Mangio normalmente frutta, verdura, riso, pasta, carne, pesce e quando voglio strafare non manca la Nutella originale. Sì proprio quella lì.

Insomma, vorrei far capire alla mia dolce sorellina che siamo tanto lontane ma non ho abitudini tanto diverse dalle sue.

Sì ok…qualcosa da segnalare come atipico e inusuale c’è.

Dormo in un Van Mitsubishi, non ho un armadio per i vestiti e dei quadri appesi alle pareti. Non ho un divano e una televisione, non mangio una brioche alla crema da più di tre mesi e non posso sbaciucchiarla come vorrei dallo stesso giorno in cui ho mangiato l’ultimo cornetto al bar dell’aeroporto di Malpensa.
Non ho le coccole della mamma e del papà e non posso chiacchierare con le mie amiche come vorrei. Non posso mangiare una bella pizza con mozzarella di bufala e non esistono affettati. Non ho una vasca da bagno o uno smalto per le unghie, non posso cantare e ballare insieme a lei e non posso vederla crescere come vorrei.

Ok…

…ma vorrei dire alla mia sorellina che, se anche mi ritrovo ad avere abitudini strane, sono felice di vivere con l’essenziale senza sentire la mancanza di particolari benefit. Vorrei dirle anche che quando tornerò da lei, non sarò uguale a prima ma sarò migliore. Le porterò il regalo più strano comprato in un bizzarro negozio australiano e quando glielo consegnerò, le dirò che non vedevo l’ora di vedere il suo sorriso.

Nel frattempo, siamo in viaggio e Vando corre come un matto.

Erica, anzi Atmosferica.

ELEPHANT Rocks.

Eccomi connessa direttamente da Denmark! Queste prime ventiquattro ore di viaggio le giudicherei rilassanti, fredde e ossigenanti!

Ieri Greens Pool era molto arrabbiata! Vento, pioggia e nuvole nere hanno reso la nostra gita viva. Questo posto spettacolare si è rivelato come lo immaginavo ed è stato solo il brutto tempo a mandarci via. Saremmo rimasti tutta la giornata distesi su quella spiaggia paradisiaca.

Una volta scese le scale in legno, lo spettacolo si è aperto davanti ai nostri occhi. Le due o tre coppiette incrociate proseguivano verso sinistra, verso quella scogliera liscia e levigata che costeggiava il golfo dal profilo morbido. A noi è venuto spontaneo togliere le scarpe e iniziare a camminare verso destra…

Devo sempre fare la diversa, questa cosa devo ancora spiegarmela.

Quando tutti vanno da una parte, io voglio andare dalla parte opposta. Quando non ci sono indicazioni, seguo sempre il mio istinto.

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Gli scogli tondeggianti bloccavano la rabbia delle onde e a riva l’acqua correva per una leggera carezza per poi ritirarsi. Dopo un centinaio di metri, un’onda delicata si è spostata invitandomi a salire su quell’ammasso di roccia che si allungava verso di me quasi a dirmi…

“Forza! Sali ora che l’acqua ti lascia passare!”

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Da lassù vedevo tutto da un’altra prospettiva, dall’alto, era bello ma dovevo coprirmi! Faceva freddo e non capivo se quella che mi bagnava fosse pioggia o il mare trasportato dal vento. Voleva spingermi via e così ho iniziato a correre, prima piano e poi sempre più veloce. I piedi sprofondavano nella sabbia e facevo fatica, avevo il fiatone. Mi coprivo la testa con un telo da mare mentre un uomo faceva il bagno, galleggiava tranquillo ed era un tutt’uno con l’ambiente circostante.

Strano.

Io scappavo mentre lui si sentiva accolto.

Dietro a quella scogliera ondeggiante, si nascondevano delle buffe rocce: Elephant Rocks.

Una stradina sterrata, una gradinata in legno, un sentiero sabbioso e poi eccole.

Vi giuro che erano degli elefanti.

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Da quella parte si creava un piccolo golfo dove questi grandi animali cercavano pace e immobilità. Vedevo la forma dell’elefante soprattutto nella roccia centrale, la testa squadrata, sul muso il lineamento della proboscide, la gobba sulla schiena e il posteriore tondeggiante. Spettacolare.

Mattia, nonostante la pioggia insistente, ha proseguito verso la parte sinistra del golfo per vedere se quelle rocce levigate da chissà quale scultore, sembrassero elefanti anche da un’altra visuale.

Io mi sono fermata sulla spiaggia, per me era già impressionante da lì. Non avevo bisogno di seguirlo.

Ritornati alla macchina, la sensazione era come quella dopo una giornata autunnale in montagna. Vestiti umidi, polmoni aperti, sete, voglia di una doccia e di un thè caldo davanti al camino.


Oggi, una passeggiata in centro al paese, ci ha fatto tornare per un paio di ore alla realtà. Negozietti graziosi vendevano vestiti troppo eleganti e costosi per gli standard a cui sono abituata e una tortina calda con ripieno di carne, formaggio e bacon è stato il nostro pranzo. Ho comprato un paio di pantaloni dallo stile hippy, larghi, colorati da una fantasia di elefanti. Ancora elefanti. Denmark è suggestiva, attraversata da un calmo fiume costeggiato da un parco pubblico. Il campeggio scelto per la notte non era molto attrezzato ma anche lì si respirava aria di casa, nonostante fosse abbastanza isolato e silenzioso.

Salutiamo ora questa graziosa cittadina per proseguire. La ringraziamo per la pace, la pioggia, il fresco e le persone incontrate.

A domani con le novità.

Erica, anzi Atmosferica.

Non è un sogno.

Siamo in viaggio.

Vi scrivo dal sedile di sinistra, quello ricoperto da un asciugamano fantasioso mentre una pioggerella vaporosa si posa sulla grande finestra davanti a me. Piedi appoggiati sul cruscotto e, nonostante il brutto tempo, sento il mio corpo pieno di adrenalina. Il volume della musica è fissato come sempre sul 45 e anche se sono canzoni ascoltate fino alla nausea, oggi mi sembrano tutte nuove.

Guardando fuori da questa finestra che dà sul mondo, mi vengono in mente le parole di un personaggio che compare in “Waking Life”, guardato in campeggio con Matteo pochi giorni fa. Un film pieno di massime condivisibili, riflessioni importanti e assiomi di vita, che affronta il tema del Sogno. Quello che parlava era un uomo alla guida della sua macchina la quale aveva tutte le sembianze di una piccola barca a motore bianca e azzurra.
Da qui, mi sento un po’ quell’autista e anche se non sto guidando, la scena e i miei pensieri si avvicinano ai suoi e al sogno.

Vi trascrivo qui di seguito le sue parole, consigliandovi ovviamente la visione di questo film. Ormai lo sapete che mi piace darvi idee e spunti! Come dice Matteo, noi siamo la somma delle nostre esperienze e delle persone incontrate. Siamo una rete in continua espansione composta di emozioni altrui, consigli, suggerimenti e condizionamenti oltre che di tutto ciò che ci appartiene dalla nascita, dal sangue. Siamo un concentrato di quel che abbiamo visto, incontrato e vissuto e sarebbe bello, un giorno, unire tutte le nostre reti fino a formare un reticolato di condivisione che racchiuda il mondo intero.

“Io credo che il veicolo debba essere un estensione della propria personalità.

Questa è la mia finestra sul mondo, ogni istante è uno spettacolo diverso. Io magari non lo capisco, magari non sono neanche d’accordo con questo mondo, ma sai una cosa? Lo accetto e continuo a galleggiare.

Il viaggio non richiede una spiegazione, ma solo dei passeggeri.

È come arrivare su questo pianeta con una scatola di pastelli, c’è chi ha la scatola da otto pastelli e chi quella da sedici. Ma quello che conta è quello che fai, con i pastelli, con i colori che ti hanno dato. Non state a preoccuparvi di colorare fuori dai contorni, colorate fuori dai contorni, dico io, ma anche fuori dalla pagina! Non mettetevi limiti!”

Tratto dal film “Waking Life”

Mi rimarrà nel cuore Matteo insieme a tutti gli altri amici incontrati a Pemberton.

Triste ma magica Pemberton.

Ieri sera Stefania ha cucinato per tutti, era un mio grande desiderio. Lei ha un’attitudine particolare ai fornelli e quando la vedo concentrata, percepisco un talento innato. Penne con ragù (non mangiavo un piatto di pasta così buono da tre mesi) e patate bollite saltate in padella con sale e spezie. Ha cucinato per dodici persone ma non è stato un problema, è una grande.

Per chiudere in bellezza, ho deliziato gli altri con fragorose risate stando al gioco delle loro battute. Dovete sapere che ultimamente non ero più Erica ma…

…A SFERICAAAA…

😂

Vi garantisco che è stato un divertente pit-stop lungo tre settimane. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa ampliando la mia rete e io spero di aver fatto lo stesso con loro.

GRAZIE SFERICIIII…

🙂

Intanto Vando corre, tra poco toccheremo la prima tappa. Solo due ore di strada, poco più di 200 chilometri tra folte foreste secche e poche distese aride popolate da mucche nere.

Null’altro fuori ma l’infinito dentro.

Erica, anzi A SFERICAAAA!!

La pazienza è una virtù.

Buongiorno amici curiosi!

Oggi vi scrivo dalla poltrona malmessa dell’area relax di Avonova. Un problema alla grande macchina dei rulli, ha deciso per noi una pausa più lunga del solito. Stiamo attendendo un controllo da parte di un tecnico e conoscendo le tempistiche australiane, non so quanto ci metterà ad arrivare. Magari subito, magari MAI!

Il cielo è bellissimo e la temperatura deliziosa. Il venticello gioca delicatamente con i miei capelli regalandomi una sana sensazione di pace. Non mi sono ancora tolta la felpa che la mattina alle sei è strettamente necessaria! Sono seduta fuori nel portichetto che si affaccia su una piccola coltivazione di piante di Avocados e, a separarmi da questa, una stradina sterrata di ghiaia rossa.

Vi state chiedendo come sia fatta una pianta di Avocados?

Tronco basso e tozzo, foglie verdi a forma di spicchio allungato. L’altezza non supera i tre metri ma non ho idea se questa coltivazione sia al massimo della sua fioritura. La stagione è ormai finita e gli alberi, di conseguenza, non sono più ricchi di frutti e forza.

Stamattina infatti, sono più gli Avocados da scartare che quelli da tenere. Tanti presentano una superficie “soft” come ci ha segnalato la nostra supervisor Jenny. Le macchie rosse, gialle e arancioni causate dal sole, rendono il frutto non commerciabile ed è bene ruotare  ognuno di 360 gradi prima di posizionarlo nella scatola. L’azienda potrebbe perdere la licenza a causa di troppe nostre disattenzioni.

Che responsabilità!

Non vi ho mai parlato di Jenny!

Ha sempre un’espressione sorridente ma non riesco mai a capire quando davvero stia esclamando simpatiche raccomandazioni o se invece ci stia ammonendo severamente chiedendoci la massima attenzione. Come ho detto ai miei colleghi, sembra un po’ la Professoressa cattiva del film “Matilda sei mitica”. Quante volte l’ho visto quando ero più piccola! Me la ricorda molto. Quando si sta per avvicinare, prima di scorgerla tra le innumerevoli scatole impilate, senti l’odore di fragola emanato da quella gigante Bigbabol che mastica costantemente, ad ogni ora del giorno.

Quando lei parla, mi capita di non capire una singola parola. I miei occhi li immagino grandi grandi, bianchi, con all’interno due rossi punti di domanda!

🙂

Stile cartone animato.

Gli australiani, hanno il brutto vizio di formare frasi complesse per esprimere semplici concetti. Riescono a mandarti in tilt anche se devono darti una semplice indicazione. La mia logica mi porta ad estrapolare parole chiave, permettendomi di capire il concetto di fondo.

È la classica persona che potrebbe iniziare con il parlare tranquillamente, per poi scattare all’improvviso con un urlo dall’occhio sbarrato.

Per fortuna con noi non si è mai arrabbiata data la nostra estrema diligenza, attenzione e puntualità.

Doveva essere l’ultimo giorno di lavoro ma credo che domani dovremo tornare e imballare gli ultimi frutti che oggi sono fermi in stand-by. Io e Mattia avevamo programmato la nostra partenza e una bella cena di ARRIVEDERCI con i nostri amici del campeggio a base di riso e crema di Avocados. Sembra, però, che Pemberton non voglia lasciarci andare, ci sta trattenendo, ci vuole ancora per un po’.

Accogliamo la richiesta e portiamo pazienza, la virtù dei forti.

Ciao Amici! A domani!

Erica, anzi Atmosferica.


In foto vedete la Nursery di Avonova. La serra dove sono disposte e coccolate le piccole piantine appena nate, situata dietro al capannone in cui lavoriamo. Quando vi ho raccontato che abbiamo fatto Planting, beh… Abbiamo dato vita proprio a loro!

Siamo agli sgoccioli!

Buongiorno!

Secondo giorno di riposo. Il tempo atmosferico di Pemberton, non è mai troppo simpatico. Sembra un po’ la Londra del Western Australia ma finché siamo qui per lavorare, può farci tutti gli scherzi che vuole.

Dovremmo essere agli sgoccioli. Ancora tre/quattro giorni e poi la stagione degli Avocados sarà ufficialmente conclusa. La raccolta è praticamente finita e di conseguenza, gli ultimi frutti stanno per essere imballati.

Tre settimane piene di lavoro, erano l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Un buon guadagno, molte ore, stanchezza fisica ma soddisfazione. Contiamo di ripartire giovedì, al massimo venerdì e allora lì verrà il bello.

Ovviamente, placate ogni curiosità perché vi aggiornerò sui nostri spostamenti solo al momento opportuno. Vi posso dire che non vedo l’ora di continuare l’esplorazione e quando ci penso, mi emoziono!

Altra partenza, altro giro, altra corsa.

Ancora molti chilometri da macinare, paesaggi magnifici da gustare, profondi respiri, colorate fotografie, e poi le città, la costa est, l’estate che finirà ma il clima comunque caldo delizierà il nostro viaggio.

Mi sento fortunata, carica e curiosa.

Prima di concludere, vorrei dirvi che ho letto il mio articolo di ieri agli amici qui in campeggio. È stato davvero un momento carico di emozione, avevo il cuore in gola e non mi era mai successo. Un piccolo pubblico mi ha fatto sentire speciale, man mano che proseguivo nella lettura, interpretandola come meglio preferivo, sentivo il fiato che si accorciava e prendevo grandi respiri concedendomi piccole pause. È stato intenso e mi sono sentita ascoltata, capita e apprezzata.

Buona domenica e tanti auguri agli innamorati.

Erica, anzi Atmosferica.


Amo questa foto, Vando che segue le nuvole.

Verso l’infinito e oltre…

Ridere per non piangere.

La giornata lavorativa di ieri, è stata straordinaria, nel senso di NON ORDINARIA. Ci siamo presentati puntuali come sempre alle 6.45 della mattina e le nostre colleghe asiatiche erano come al solito sedute al tavolo della piccola saletta relax, consumando la loro colazione.

RISO E POLLO.

I rulli avrebbero iniziato a girare alle ore 7 e i pochi minuti prima della partenza, sono sempre pieni di tensione come se si dovesse fare una gara tutti insieme. Le ho viste mangiare di fretta, trangugiare latte alle mandorle scambiando velocissime parole incomprensibili.

Abbiamo iniziato a scartabellare Avocados di ogni misura e forma, cercando motivazione e ritmo nella musica di Pan, dolce ragazza proveniente dal Taiwan.

Come sempre zero telefoni nelle tasche, nemmeno l’ombra di orologi ai polsi. Avocados dopo Avocados, passano i minuti, le ore. Molti momenti di cedimento, bloccati dall’introduzione di pensieri positivi e nuovi, mi facevano perdere il ritmo accumulando frutti verdi che scorrevano sul tappeto rotante come un fiume incazzato.

Bene, arriva la pausa delle 9.30 e quindici minuti di aria fresca e respiri profondi sono pronti per essere gustati a pieni polmoni. Era la prima pausa delle due in programma perché sarebbe stata una giornata “corta”. Gli Avocados da inscatolare non erano moltissimi e la previsione a inizio mattinata era quella di lavorare sei ore, massimo sette.

Si avvicina Ed (pronunciato E D), Mattia mi guarda stranito perché non capita spesso che una di loro si appropinqui verso di noi per cercare dialogo.

“Avreste voglia di fermarvi a lavorare quando avremo finito?”

Guardo Mattia.

Guardo Ed.

Mattia mi guarda.

GHIACCIO

I nostri pensieri esclamano all’unisono:

“Ma scusa… Ma non stiamo già lavorando? Stiamo per caso giocando?”

Io la guardo, le sorrido, penso all’ulteriore guadagno che avremmo intascato e con tutta la forza in corpo, esclamo:

“Ok!”

Sorriso

Sorriso

Guardo Mattia e potevo parlare in italiano, senza paura:

“Io non voglio lavorare 10 ore! Voglio andare a casa, voglio andare a casa!!”

AHAHAH

🙂

Con una risata divertita abbiamo sdrammatizzato quella che per noi era davvero una brutta novità. Faceva già caldo ma non importava, il valore del soldo ci ingolosiva.

Il LAVORO sarebbe stato quello del Planting.

Prendi vaso – metti terra – metti fertilizzante – metti terra – metti seme – metti terra.

Seduti su quell’asse di legno che faceva da base ad un bancale, io e Mattia ridevamo per ogni stupidata come quando succede nei momenti di sconforto. La schiena urlava, il sedere piangeva, la terra sotto le unghie, il sudore in fronte e sotto le ascelle, volevamo svenire e svegliarci in un letto, tutto era amplificato, assurdo e inconcepito.

Tre ore a creare piante di avocado, tre ore di LAVORO, unite però alle altre sette facevano DIECI.

A Tommaso spettava un compito più tranquillo, annaffiare piccoli sacchetti di terra (Soil), in modo da farla letteralmente lievitare. Anche quello si è comunque rivelato un ruolo stancante, dovevate sentire le lamentele che sgorgavano dalle nostre bocche spassose.

La nota divertente è che ED, ci ha concesso l’onore di salire a bordo del suo rosso quod 4×4. È sportiva lei, molto mascolina e non molla un colpo. Sempre elettrizzata, mai rallentata o apparentemente calma. Mai. Governava il mezzo con sicurezza e non ho potuto non scattare un mitico selfie alle nostre facce esaltate.

Anche la seconda settimana di lavoro è conclusa! Il tempo fortunatamente sta scorrendo veloce e il bonifico è stato anche questa volta puntuale.

Da Avonova è tutto, a voi la linea…

Erica, anzi Atmosferica.

Luce e oscurità.

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