Anche questa volta.

Di ritorno da Palm Beach, abbiamo il naso fresco e i piedi ancora umidi. Il sole batte basso sui vetri del pullman e sono solo le sedici. È stata un’idea carina quella di venire oggi nella penisola a forma di Palma che si allunga nel mare a nord di Sydney.

Un mercatino domenicale ci ha dato il benvenuto, era l’ora di pranzo e alcune particolarità cuocevano a fuoco lento. Altre bancarelle esponevano bigiotteria artigianale e quelle più banali vestiti a fantasia colorata. Una bella atmosfera e subito la decisione di chiudere il buchino con una fetta di torta turca. Non ricordo il nome perché era troppo strano ma ho bene in mente la somiglianza con la Torta Salata della mamma.
Conteneva spinaci e pollo, era soffice e una spruzzatina di limone è stata il tocco magico.

Il prato, come al solito curato alla perfezione, stava a ridosso della spiaggia e la voglia di osservare il mare da lì ci ha distesi rilassati. Musica nelle casse, un libro per Ilaria, il sole tiepido e l’arietta fresca.

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Più tardi, dopo un pisolo di qualche minuto, ci siamo incamminati sulla spiaggia. Abbiamo deciso di procedere verso la parte destra, là dove gli scogli entravano nell’oceano e le onde spruzzavano potenza. Una passeggiata sulla riva umida, Luca giocava con l’acqua bagnandosi i piedi, io osservavo e fotografavo. Ilaria camminava per prima, lasciando le sue impronte nella sabbia color biscotto.

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Laggiù dove il rumore del mare creava schiuma, saltellare sulle rocce è stato divertente. Un giusto impegno concentrato per poi apprezzare il mare aperto, per arrivare in quel punto più vicino all’orizzonte.
Chissà poi perché…

Perche questa voglia di toccare una linea inesistente?

Il punto più sporgente è sempre quello che mi da soddisfazione, mi regala racconti e voli di gabbiani. C’era anche un uomo che volava. Era un deltaplano penso.
Ilaria lo guardava affascinata come se fosse qualcosa di mai visto, Luca, meno assopito, chiedeva come avrebbe fatto a fermarsi, a planare.

Sul mare?

In quel magico punto, il mare aveva il suo ritmo. A volte urlava e altre cantava. Parlava.
Seguivo la schiuma che forse copriva la roccia, forse no. Rimaneva a galla.
Ero ipnotizzata ma non ero salva, quasi quasi mi bagnava. Ogni tanto scherzava.

Ora siamo di ritorno, con la faccia un po’ stravolta.
Eravamo di passaggio anche questa volta.

Erica, anzi Atmosferica.

Il mare che unisce.

È stato bello, ieri, uscire dal lavoro e vedere Luca e Ilaria. Erano lì fuori, sulla panchina del parchetto, aspettavano che finissi per andare insieme a Bondi Beach. La gita del giorno.

“Andiamo in spiaggia?”

La domanda di Luca mi ha fatto pensare a come per me sia normale poter avere il mare vicino e nei suoi occhi ho visto la voglia di vedere il mare. Non lo vedeva da tanto. A volte me ne dimentico.

Il bus 333, da Elisabeth Street, ci ha portati direttamente in riva e la folata di aria oceanica che ci ha travolti appena arrivati, li ha lasciati un po’ senza parole. Ho visto. Ho fatto attenzione.

Spesso non vivo la mia esperienza tramite i miei occhi ma attraverso quelli degli altri. È bello e mi piace notare espressioni, l’approccio e la reazione.

La spiaggia di Bondi si stendeva dorata davanti a noi e non faceva caldo. Ho seguito i loro spontanei movimenti e ci siamo portati alla riva dove le onde sbattevano e i surfisti si lanciavano combattenti pieni di sfida e passione. I gabbiani erano tanti e l’acqua molto fredda. Il cielo di un azzurro intenso e la sabbia umidiccia. Non ci importava.

Lasciandoci sempre trasportare dal momento ci siamo trovati seduti, gambe incrociate e zero teli mare adatti all’occasione. Diretto contatto con la terra, con l’emozione. Abbiamo iniziato a parlare e io ascoltavo le loro sensazioni che magari uscivano ad alta voce. Luca commentava la potenza del mare e solo in un secondo momento si è reso conto fosse OCEANO. Quello vero, quello forte.

Ilaria parlava alla natura stando in silenzio. Scattava foto e si lasciava trasportare dagli impulsi. Si ascoltava.
Si avvicinava al mare quando questo la chiamava, lo guardava quando lo sentiva ed era tutto così, naturale appunto.

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Abbiamo lanciato pezzi di pane ai gabbiani che golosi come al solito facevano la guerra. Era bello puntare verso l’alto e vedere che acchiappavano il cibo al volo senza nemmeno lasciarlo prima cadere a terra, a sabbia. Gabbiani ingordi.
Anche Luca li ha conosciuti, finalmente. Ilaria già li conosceva.

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Non ti dico la mia sensazione nel condividere tutto questo con loro. Io, che fino a qualche giorno fa mi ci portavo da sola in quei posti, stavo offrendo qualche emozione anche a loro. Loro la stavano offrendo a me.

Uno scambio bello che mi mancava. Mi sentivo libera di ridere e oziare anche con loro, di ascoltare e cantare, di rotolarmi nella sabbia appiccicosa senza pensare che mi sarei sporcata i pantaloni. Libertà.

Verso le sedici e trenta la luna bianca alla nostra sinistra iniziava ad alzarsi nel cielo ancora azzurro. Ombra sul mare ma sole là, dalla parte di quelle case arroccate sulla scogliera. Quell’angolo che mi ricorda la Costiera Amalfitana.

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🙂

C’era con noi anche Elena. Una giornata tutta all’Italiana ma comunque nuova. Sto facendo incontrare persone che non si conoscono ma che potrebbero trovare qualcosa che le accomuna. Mi piace unire pezzi come meglio credo e vedere che disegno ne viene fuori. Ieri era bello, divertente e artistico. Era nuovo ed ero troppo felice di essere lì con loro.

È stato forse il primo giorno da quando sono qui, che non ho nemmeno guardato il telefono. Ad una certa ora l’Italia inizia a squillare, le amiche vogliono aggiornamenti e la mamma chiede se va tutto bene. Non volevo perdermi nemmeno un secondo di quel momento, me lo sono goduta in ogni regalo e sorpresa. Semplice.

Oggi è sabato. Stasera si uniranno altri pezzi a questo puzzle improvvisato. La mia collega francese organizza una cena per il suo compleanno e sono curiosa di vedere che ne verrà fuori, anche lì.
Sperimentare, conoscere, raccontare e scoprire.

Non penso ci sia nulla di più bello e stimolante. L’avventura che lega le persone, nel mondo.
Il mare che fa da tramite.

Erica, anzi Atmosferica.

Un mare di pioggia.

Mi ero un attimo persa nel mio mondo ma è bastato un messaggino alla mia cara Sorellina Eliana, per ritrovare la connessione. Le ho chiesto di farmi qualche domanda e se avesse qualche curiosità particolare sulla mia vita qui, sulle mie sensazioni, sui miei pensieri e progetti. Essendo entrata in una quotidianità scandita da ritmi lavorativi e classiche dinamiche, considero ciò che vivo normale e potrebbero quindi sfuggirmi dettagli che potrebbero essere oggetto curiosità.

Devo dire che le sono bastati pochi secondi per partire con una carrellata di domande. Sono rimasta piacevolmente stupita dalla sua prontezza e dal tipo di questioni che mi ha rivolto.

Mi ha detto che potrei parlare del lavoro e dire come procede, cosa vedo, le mie impressioni. Mi ha chiesto cosa mangio e se fa freddo. Mi ha fatto domande sulle mie uscite notturne, chiedendomi se qui si fa qualcosa di diverso, se mi diverto e se incontro situazioni che non avevo mai conosciuto prima. Ha spostato poi l’attenzione sullo yoga, mi ha domandato se ho conosciuto personaggi strani che lo praticano con me. Proseguendo sulla linea della stranezza, è curiosa di sapere se al lavoro vedo gente particolare. Ha nominato poi il mitico Vando. È anche nel suo cuore. Mi ha chiesto cosa mi è rimasto di lui e del viaggio. Parlando poi di tutte le foto che ho fatto, vorrebbe sapere se quando le riguardo provo emozioni particolari, se mi trasmettono sensazioni che potrei condividere. La signorina mi ha proiettato poi nel futuro, vuole sapere cosa mi aspetto dall’Italia quando torno, cosa mi manca di più del mio Paese e cosa mi porterò a casa da questa Terra.

La domanda ultima ma non meno importante, è scivolata sul mio cambiamento. Mi ha chiesto se mi sento diversa, più matura, più pazza, più libera o più adulta.


Eliana Amore Mio. Sei un uragano!

Ti prometto che da oggi, risponderò a tutto. Lo farò proprio come se parlassi con te.
Ti va?

Scelgo un argomento random.

Fotografie.

Mamma mia.

Anzi, Sorella Mia.

🙂

Quando guardo le foto che ho scattato dal 13 Novembre ad oggi, la mia testa parte per un viaggio senza fine. Colori si mescolano a bellissime emozioni contrastanti proprio come loro. Vedo paesaggi in cui laghi rosa si accostano a terra rossa, marrone. Distese verdi, gialle, rigogliose o bruciate. Vedo tramonti ogni volta diversi e credo che prima di partire, non avrei mai potuto immaginare che sarebbero stati i compagni più preziosi di questa magica avventura. L’Australia è molto colorata e se hai la fortuna di guardare il cielo in quell’esatta frazione di secondo, potresti esplodere insieme a lui e alle sue stelle sempre troppo grandi. Assurde. Il cielo è alto, grande, immenso. L’oceano è scuro, violento e di una calma piatta. Avrai potuto notare anche tu che alcune fotografie sembrano finte, allucinanti! Potrebbe non sembrare vero.

Invece lo è.

Guardando le foto che ho scattato, a volte faccio fatica a pensare che è stato il leggero ma pronto movimento del mio dito a fermare il tempo. Sembrano quadri, dipinti. Come quelle immagini dei giornali, nelle pubblicità di viaggi o agenzie di turismo. Posti paradisiaci che ti sembrano irraggiungibili o magari pensi che potrai raggiungerli solo in un futuro lontano, quando avrai tanti soldi. Tanti tanti soldi.
Beh, ho capito che i soldi non sempre sono necessari.
Anzi, non permettono di comprare le gioie più belle.
Quando sfoglio il mio album, ricordo tanti momenti di riflessione, la mia voglia di immagazzinare e raccogliere i colori del mare. Sono sempre tantissimi, anche in una giornata di pioggia.

Giusto oggi, ho scattato la foto che vedi in copertina. Una giornata uggiosa e spenta, piovosa e triste. Mi sentivo così felice di essere di fronte al mare anche con quel tempaccio, che non ho potuto fare a meno di infilarmi quel pezzo di azzurro nel taschino.
Non è bellissimo?
Pensami lì, davanti a quella spiaggia, prima della mia lezione di yoga.
Ero felice di vedere quelle persone che pucciavano i piedi alla riva perché al mare bisogna andarci anche quando piove.
Perché sì, il mare va vissuto anche quando il cielo piange, i colori sono differenti, le sensazioni del tutto nuove…

…perché solo se piove puoi vedere il mare quando piove.

Una fortuna, non credi?

Domani continuo con le risposte Amore Mio.

Intanto grazie della tua vicinanza.
Ti sento qui con me, in riva a questo mare di pioggia.

Erica, anzi Atmosferica.

Grazie Vita.

Sto tornando da Coogee.
Non voglio aspettare di arrivare a casa per scrivere perché devo fissare queste sensazioni adesso. Ora. Sul bus M50.
Dopo il lavoro, verso le due di pomeriggio, ho deciso bene di andare verso il mare. Ero già stata a Coogee in un pomeriggio nervoso e confuso, oggi avevo la serenità di ritornarci.
Già l’altra volta, avevo visto una scuola di Yoga, proprio lì, affacciata sul mare.
Una grande vetrata dava sull’oceano e sempre in modo confuso avevo pensato che sarebbe stato bello provare, salire quelle scale e chiedere informazioni.
Beh, non ero entrata. Non ero pronta.

Oggi, sono andata con l’intenzione di capire se stavo davvero meglio. Volevo vedere lo stesso mare e la stessa spiaggia, volevo riportarmi davanti alla stessa scuola e capire se davvero mi sentivo meglio. Più predisposta insomma.

Sono arrivata verso le tre e trenta, una mezz’ora di bus è passata leggera con le canzoni di Mengoni a tenermi compagnia. Caro Marco, sei ormai la colonna sonora dei miei viaggi. I pensieri erano leggeri. Stavo bene.

Mi sono rilassata per un po’ sul prato verde a ridosso della spiaggia, guardavo l’orizzonte e nel frattempo constatavo che ero in equilibrio con la vita. Una pace profonda e una calma piatta.

Ho ringraziato me stessa. Ero tornata dove dovevo tornare.
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Devi sapere che sono sempre frizzante e molto spesso vorrei riuscire a incanalare la mia energia senza disperderla in modo sbagliato o senza trattenerla nello stomaco.
La parola “Yoga” è volata alle mie orecchie più volte negli ultimi giorni, questa disciplina mi ha sempre incuriosita ma credo di non essere mai stata pronta.

Fino ad oggi.

È così che mi sono avvicinata alla scuola, un edificio verde su due piani. Sulla parete all’esterno sono riportati in maniera ordinata, originale e chiara gli orari di tutti i corsi. Gesso bianco su uno sfondo nero.
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Alle 17 sarebbe iniziata la lezione per principianti. Era il mio momento. Una voce silenziosa mi ha invitato ad entrare e in pochi secondi mi sono trovata dentro. Profumo e pace.

Quella vetrata che dava sul mare era come una visione perfetta. Quando mi immaginavo una sala dove praticare Yoga, non dico che sognavo proprio quella visione ma quasi.
Il mare, il sole, un parquet chiaro e cuscini a volontà.
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La maestra era, anzi, è una ragazza bionda e giovane. Il suo accento australiano era stranamente comprensibile e ben scandito. Seguivo le sue istruzioni partendo dalla respirazione.
Fondamentale nello Yoga e nella vita.

Posizioni faticose ma rilassanti mi distendevano i muscoli, le braccia facevano forza ma il corpo ringraziava. Lasciavo entrare l’energia da quella vetrata e la musica soft mi cullava. Rilassavo i polmoni e il collo, mi allungavo su quel tappetino blu.

Avevo bisogno di una guida, un’esperienza nuova. Pochi minuti sono bastati per entrare in un mondo tutto mio ma aperto all’ascolto.

Al concludersi della lezione, l’indicazione della maestra mi chiedeva di stare sdraiata con le braccia distese lungo i fianchi, i palmi rivolti verso l’alto e il collo rilassato.
Proprio in quel momento, quando la luce si è fatta soffusa, è arrivata lei che con le sue mani calde mi ha massaggiato le tempie.
Un profumo di olio essenziale mi è rimasto sulla pelle e mi è entrato nel naso.
Il sole stava salutando.
Un tocco magico. Giuro.
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Con le sue parole mi ha fatto concentrare su ogni singola parte del mio corpo. Dovevo liberare ogni tensione e sciogliere ogni nodo.
Piedi, caviglie, gambe, fianchi, pancia, petto, collo, braccia, mani, dita.
Con gli occhi chiusi dovevo sentire il contatto con la terra e ascoltare il mio corpo e il suo equilibrio.

Era quello che cercavo.

Namastè e Grazie Vita.

Erica, anzi Atmosferica.

Di nuovo pronta.

Domenica pomeriggio.
Ricorderò tutto.
Ho catturato ogni immagine e profumo, gli uccelli parlavano e le persone si confidavano. Ho riempito le mie tasche di fotografie e passi.
Ora ti racconto. Ora ti faccio vedere.

🙂

Royal Botanic Gardens.
Oggi mi sono sentita pronta per andare.
Un parco, un angolo di pace, un ritrovo e un incontro.
Le persone siedono sul prato verde, la città guarda da lontano e la baia coccola la quiete. A due passi dalla Sydney Opera House, si aprono i cancelli dell’immenso giardino a ridosso del lago.
Ops, del mare.
Una distesa di erba curata dona acqua alle radici di alberi, ognuno con un nome, e ad aiuole colorate.
Come ti dicevo la città guarda da lontano, è silenziosa e per nulla invadente. Rispetta il suono della natura e la vedi solo se alzi lo sguardo, se vai oltre.
La pulita passeggiata in riva al lago, ops…al mare, separa l’acqua dalla terra e se ti volti, vedi la super costruzione di punte triangolari e subito attaccato il ponte.
Pare una montagna russa.

Ho visto…
Un padre che giocava con la figlia.
Due amiche sedute su una panchina di legno.
Amici che scattavano una foto di gruppo.
Lei passeggiava con il cane.
Lui sedeva sul prato con le gambe incrociate.
Un bimbo leccava un gelato a due gusti. Cioccolato e fragola. Aveva tutta la bocca impiastricciata.
Tre ragazze facevano Yoga su verdi materassini. Che posizioni strane.
Una famiglia indiana mi ha colpito. L’ho guardata passare.
Un anziano signore offriva briciole di pane a volatili di ogni tipo. Era solo.
Due innamorati si tenevano la mano, parlavano francese.
Il sole stava tramontando dietro ad un palazzo.
Il giardino era in ombra.
Un giovane ragazzo teneva tra le braccia suo figlio. Avrà avuto un mese di vita.
Lui stava sdraiato con gli occhi chiusi, l’altro leggeva un giornale.
Una ragazza bionda stava affacciata al muretto, guardava il lago… ops, il mare.
(Ero io forse?)
Pensavo a quante cose si possono fare.
Altri due innamorati correvano vicini, erano tedeschi.
Un bambino piangeva, credo fosse stanco di camminare.
Lei sedeva su un asciugamano rosso, leggeva un libro.
Loro passeggiavano in silenzio, forse dopo un litigio.

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Ho camminato tra le viuzze. Ho cercato un’uscita che non fosse l’entrata. Era grande e ad ogni bivio, un’indicazione. Quante indicazioni!
Scalini di cemento salivano verso la città, seguivo la torre dorata di Westfield. Ogni volta che non voglio perdermi, quella è una direzione sicura. Vicino a casa.

Avevo il fiato corto, ad un certo punto. Solo dopo l’ultimo scalino ho guardato verso l’alto.
Che giramento!

Sono arrivata a casa. Ero soddisfatta. Ad accogliermi un cielo infuocato voleva dirmi:
“Brava, esplora!”
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Sto ritrovando un equilibrio che avevo perso?
Sto imparando a conoscere attivamente con grinta?
Mi rendo conto che ora assorbo molto di più quel che vedo. Da quando sono a Sydney, avevo un po’ perso questa sensazione.

Era come se la bottiglia fosse piena fino all’orlo. Non trovavo spazio per altro.
Dopo un viaggio del genere, ci ho messo un po’ per tornare ad essere una spugna asciutta pronta ad assorbire, una bottiglia vuota pronta a contenere.

Di nuovo.

Erica, anzi Atmosferica.

Bondi Beach e chiacchiere.

Nelle cuffie “Halo” di Beyonce e tra le mani una giornata da raccontare.

Spesso mi piace scrivere seguendo il ritmo di una canzone, fermarmi per ascoltare le parole o lasciarmi trasportare dallo scorrere della melodia. Oppure scrivo con il silenzio, l’assoluto silenzio, quando magari i pensieri non sono così rumorosi e una musica anche soft li potrebbe coprire.

Oggi ho trascorso un bellissimo pomeriggio in compagnia di una ragazza secondo me speciale. Bondi Beach è stato lo sfondo di una passeggiata lungomare proseguita fino a Tamarama Beach. Uno spettacolo, una chiacchiera dietro l’altra e un bellissimo sole tiepido.

Ilaria è un’archeologa ligure, sbarcata in Australia grazie alla vincita di una borsa di studio. Una persona solare e in dolce attesa, un piacevole incontro e una simpatica compagnia. Vive a Losanna e l’ho conosciuta per caso, come spesso accade quando non ci si aspetta niente ma si è aperti a tutto.

Ero a cena con un’amica da “Lentil as Anything”, tradotto “Lenticchie come Niente”, un locale alternativo di Newtown gestito da volontari. Solo o in compagnia, sai che ti troverai al tavolo con altre persone che non conosci, ordini uno dei tre piatti del giorno e prima di andare via, paghi la tua cena imbucando la tua libera offerta in una scatola posizionata all’ingresso. Un’idea unica e altruista che offre la possibilità di mangiare sano, abbondante e principalmente vegetariano, a chi voglia sperimentare e magari conoscere gente nuova.

Così è successo.
Ilaria si è seduta di fronte a noi quella sera e insomma…
Da cosa nasce cosa.

Ci siamo scambiate il numero di telefono e abbiamo fissato l’appuntamento a Bondi Beach. Una pista pedonale che segue il mare e le scogliere, offre relax e ossigeno. Un andirivieni di sportivi corrono al ritmo di musica e altri meno atletici, guardano all’orizzonte o si tuffano tra le onde schiumose. Il bus 333 ti scarica direttamente di fronte alla spiaggia piena di giovani e gente ancora vogliosa di piena estate, nonostante le temperature stiano iniziando ad abbassarsi. Il venticello solleticava la pelle, qualche brivido di freddo formicolava sulle braccia ma respiravo a pieni polmoni.

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Seguendo il percorso pedonale dalla spiaggia di Bondi si giunge a quella di Tamarama. Più raccolta, più tranquilla e per questo a mio giudizio più bella e rilassante. Una passeggiata curvilinea, piccole salite, discese e rampe di scalini di cemento, la rendono variegata e movimentata. La foto in copertina raffigura la classica immagine che si trova effettuando una ricerca sul web con parole chiavi “Bondi Beach”. Finalmente ci sono andata, quella foto l’ho scattata io da una prospettiva tutta mia, scegliendo l’inquadratura che più preferivo.

Finalmente!

Tra racconti di viaggi, realtà italiana e australiana, storie passate, famiglia, amici e sogni, ho trascorso un pomeriggio spensierato e interessante. Mi sono sentita turista ma a casa, in compagnia di una persona che aveva molto da dire, da condividere e curiosa di sapere di me, di scoprire cosa si nascondesse dietro ad un sorriso e degli occhi azzurri.

Come ho raccontato a lei, non ho mai avuto questa sensazione qui. Le ho parlato della superficialità dei giovani che ho conosciuto fino ad ora. È spesso mancata la voglia di andare oltre, di mettere in secondo piano domande sul tipo di visto, sulle intenzioni future.
Ma insomma!
Interessi, hobby, passioni, emozioni, sensazioni?

Con lei tutto ciò è uscito.
Sono felice di questo. Ho condiviso del tempo con una persona non banale che mi ha fatto scavare (non per altro è archeologa) nelle mie fortune e nelle mie esperienze. Mi ha fatto ripensare al bello e al brutto che sto raccogliendo da questa esperienza, mi ha fatto realizzare che un giorno tutto questo finirà e che ripenserò alla mia Australia con un cuore pieno di mare e sole, di viaggio, di pace, di chilometri e tramonti, di stelle, di città e paesaggi. Avevo per un attimo perso di vista il mio obiettivo, stava quasi diventando normale essere in questa terra. Lei mi ha fatto capire che sono fortunata ad avere del tempo da spendere qui, mi guardava con occhi curiosi e stupiti quando le ho raccontato del mio viaggio e proprio lì mi sono accorta di aver fatto una grande cosa, un grande giro.

Le ho detto che realizzerò la vera grandezza di quel che ho fatto, quando guarderò tutto da lontano. Quando un aereo mi porterà via e mi verrà voglia di andare ad aprire quel cassetto che porta l’etichetta di “Australia”, per tornare a sognare.

Le ho detto che renderò ogni giorno speciale, nonostante qui pochi capiscono cosa voglio dire. Le ho detto che ci vedremo in Italia, ci terremo in contatto e che magari andrò a trovarla in Svizzera dove vive in compagnia del suo fidanzato e dei suoi progetti sull’archeologia. Conoscerò il suo pargolo che nascerà in settembre e quando passerà da Milano, ci faremo una bella chiacchiera davanti ad uno Spritz sulla terrazza che si affaccia sul Duomo.


Grazie Ilaria per questa bella giornata.
Spero non ti disturbi l’idea di essere stata la protagonista del mio articolo di oggi ma, d’altronde, è il prezzo che pagheranno tutte quelle persone degne di nota che incroceranno la mia strada.

Erica, anzi Atmosferica.

Non era mica finita…

Essì cari amici miei, la Great Ocean Road non era mica finita…

Abbiamo campeggiato ad Apollo Bay per la notte. Pioggia torrenziale e mare impetuoso sono stati i protagonisti in questa sosta e vi giuro che non è semplice vivere in un Van, quando appena apri la porta, qualsiasi cosa che sta sul ciglio si bagna inevitabilmente, si è costretti a dormire chiusi dentro senza nemmeno lasciare che uno spiffero faccia circolare un po’ d’aria e tutto diventa più stretto e scomodo.

Quando piove è davvero difficile.

Stamattina abbiamo quindi proseguito la gita, percorrendo la restante parte di strada che ci mancava per ultimare lo scenico tragitto. Le sorprese a quanto pare non erano finite! Da Apollo Bay la strada costeggia il mare offrendo un panorama del tutto diverso da quello visto ieri. Oggi l’oceano era costantemente alla nostra destra, a pochi metri da noi.

Scusate ma lo devo dire…

Era davvero infinito!!

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Ad ogni tornante, l’orizzonte si faceva sempre più ampio e mi sembrava quasi di percepire la sfericità della Terra. Difficile spiegarlo a parole ma se mi affacciavo sul mare, sembrava che l’orizzonte davanti a me fosse più lontano degli orizzonti di destra e sinistra. Non so, una sensazione davvero sferica, Atmosferica.

🙂

Ad un certo punto…

Qualche macchina parcheggiata sul lato destro, segnalava un punto interessante. Cosa si nascondeva dietro quei cespugli?

La conformazione della strada lasciava pensare che ci fosse una piccola spiaggia ma nulla di nuovo o degno di una meritata fotografia.

Non appena superati i cespugli che oscuravano la vista, mi sono emozionata. La baia era interamente ricoperta da piccoli, medi e grandi ammassi di pietre, sassi. Credo che ogni persona passata di lì, abbia contribuito con la propria opera d’arte. Un gruppo di ragazzetti creativi, avrà dato vita a questa iniziativa che con il tempo, si è alimentata fino a ricoprire tutto lo spazio disponibile.

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Ero stranita, curiosa e soprattutto avrei voluto anche io aggiungere un pezzo al “puzzle”. Così ho fatto. Ho raccolto qualche sasso qua e là, dove avanzavano. Mi sono accovacciata e per qualche minuto mi sono impegnata nella mia traballante costruzione. Mentre assemblavo quei tondeggianti piccoli massi, mi chiedevo come fosse possibile che tutte le altre costruzioni, sicuramente artigianali, potessero reggere senza crollare alla prima folata di vento.

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Non ne ho la più pallida idea ma sono sicura che tutta quella meraviglia, mi ha fatto sentire speciale. Speciale per il semplice fatto che ero lì, speciale perché ci ho messo del mio con il cuore e speciale soprattuto perché percepivo voglia di unione e condivisione. Un accordo segreto, un progetto mondiale, un’intesa particolare tra i viaggiatori della Great Ocean Road. Quanti artisti lungo la via!

Beh, fantastico.

Mi sono sentita parte di tutto ciò e questa in pole-position è la mia piccola costruzione.

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Con molta gioia e un filo di stanchezza, ho il piacere di comunicarvi che sono connessa da Melbourne. Non ci siamo ancora addentrati nel pieno movimento della città ma devo dire che il fitto traffico alle porte, ci ha già permesso di capire qualcosina di questa metropoli. Che intasamento! Ho già visto un paio di tram, bianchi e verdi. Hanno la forma simile a quelli di Milano, mi riferisco a quelli arancioni per intenderci.

Domani vi saprò dire qualcosa di più sicuramente, intanto godetevi ancora per un po’ questo spettacolo!

Erica, anzi Atmosferica.

Great Ocean Road.

La Great Ocean Road, che costeggia la costa sud del Victoria, ha aperto le danze con la “Bay of Islands” (immagine in copertina). La baia era appiattita dal tempo uggioso ma quegli scogli possenti, prendevano comunque forma tra le creste delle onde. Ammassi di roccia tanto grandi da essere identificati come “Islands” (isole), erano modellati dal mare un po’ come la forza delle dita può dare forma ad un pezzo di argilla che gira sul tornio, creando un bel vaso di forma particolare e personale.
I colori stratificati portavano a pensare che un tempo il livello del mare era davvero davvero alto, lasciando un’impronta ancora oggi ben visibile.

Proseguendo di circa un chilometro, eccoci al “The Grotto”, anch’esso raggiungibile attraverso una passerella in legno che dal parcheggio raggiungeva il punto di vista o visita, decidete voi.
Anche qui la potenza del mare si è costruita un rifugio, a intervalli di cinque/dieci minuti, un’onda più potente delle altre schizzava fino al punto più alto tra le rocce, andando a formare una pozza di acqua tiepida e calma. Questa grotta mi dato emozioni contrastanti e vicine. L’irruenza a pochi centrimetri dalla calma, l’invadenza non distante dalla riservatezza, il freddo a due passi dal caldo e la profondità dalla piattezza. Contrari ravvicinati e in contatto tra loro mi facevano paura.

Non poteva essere vero.

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Il terzo stop è segnalato da un cartello marrone, con una scritta chiara che indicava dopo 300 metri, il successivo “Lookout”, un’altra finestra sull’oceano:

“The London Bridge”.

Mentre percorrevo il nero sentiero asfaltato, mi domandavo cosa mai avrei potuto vedere da lì a pochi metri, non appena mi fossi affacciata sul mare.

“Un ponte? Il ponte di Londra…? Cioè?”

Ebbene sì, la roccia erosa dalle acque andava a formare un ponte tra le onde schiumeggianti. Un tempo, anche la parte di roccia più spostata a sinistra era un tutt’uno con il pezzo rimasto attualmente, resistito alle forze oceaniche. Diciamo che esisteva un ponte, con due arcate. Una è la sopravvissuta.

Immagino che tonfo e che inondazione quando quella parte di roccia ha deciso di staccarsi e tuffarsi in mare. Aiuto!

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Dopo pochi chilometri, un’altra deviazione: “The Arch”. Ancora una volta, la perfezione e la simmetria dell’energia oceanica, ha modellato con precisione lo scoglio. Una forma tondeggiante fuori e tondeggiante dentro, sopra e sotto.

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La pioggia non si placava e la nebbia si faceva sempre più fitta, mano a mano che proseguivamo sulla costa. L’ultimo stop doveva essere il più suggestivo, incredibile.

“Twelve Apostles”

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“I dodici apostoli”.

Il grigiore del cielo non mi permetteva di spaziare e quei dodici grandi scogli, che più che apostoli mi sembravano grandi totem, erano coperti e offuscati.
Ne vedevo sei, al massimo sette. Li ho contati più volte perché li avrei voluti identificare tutti ma nervosamente ci ho dovuto rinunciare. In una bella giornata di sole mi sarei persa tra la luce dorata di quelle rocce rosse, sarebbe stato bello.

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Non mi resta che cercare di dare una chiave di lettura più profonda a questo tempo malinconico e riflessivo.

Posso dirvi che l’atmosfera era magica, gli apostoli misteriosi, il mare incazzato ma io ero comunque felice.

Erica, anzi atmosferica.

Il meglio di me.

Ecco che in un batter d’occhio, mi trovo a scrivervi dal Victoria, la Regione che ospita la città di Melbourne. In pochi giorni ci siamo lasciati alle spalle il Western Australia e il South, posizionandoci così ai posti di blocco per una nuova meta. La strada che ci separa dalla grande città si chiama Great Ocean Road e anche solo il nome può dirvi molto. È uno dei tratti più spettacolari dell’Australia a cui è difficile rinunciare scegliendo così di percorrerlo non badando a strade alternative, più brevi.

La connessione Wi-Fi in questo campeggio di Warrnambool è potente e stranamente di durata giornaliera. Posso così prendermi la calma di scrivervi e sbizzarrirmi più tardi sul web facendo un sano zapping tra siti di mio interesse.

Oggi me la godo.

Siamo partiti stamattina da Mount Gambier (Sembra anche a voi un nome francese?) dove abbiamo passato la notte e prima di riaccendere i motori, abbiamo visitato il Blue Lake. Un lago formatosi nella bocca di un vulcano che mette a tacere ogni possibile lamentela o borbottìo. Sulla ringhiera lucchetti colorati, di amici o innamorati, hanno attirato la mia attenzione diventando parte integrante del paesaggio, della visione.

Una giornata grigia e umida ci ha accompagnato fino a qui, per 187 chilometri verso sud-est.

Per combattere con il problemino di cui vi ho parlato ieri, mi sono piazzata alla guida, ricercando stimoli creativi nella concentrazione. Quando si viaggia, tutto passa veloce ma può succedere che pensieri birichini, vogliano essere ancora più veloci azzardando con un sorpasso sulla sinistra (Qui è vietato!!). Ti trovi così sorpreso e impotente davanti a un azzardo del genere, vai su tutte le furie ma devi placare l’istinto di accelerare per corrergli dietro.

È difficile ma devi, altrimenti finisci per farti male.

Nel tragitto abbiamo deviato per Portland, un paesino sulla punta di una piccola penisola, attraversando valli verdi coperte dalla nebbia. Eh sì, una fitta nebbia. Il paesaggio era collinare e la strada seguiva le sue curve, mucche nere nere pascolavano nutrendosi di sana erba e pecore grigie grigie si intonavano con il cielo. Non avrei mai pensato di imbattermi in banchi di nebbia del genere ma appunto per questo, è stato suggestivo. Sorprendente.

Sulla punta di Portland, ho visto l’orizzonte dell’oceano annebbiato e ho iniziato a “canticchiare” inconsciamente quella poesia di Carducci che la Maestra Enza mi aveva fatto imparare a memoria alla scuola elementare.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar.”

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La prima strofa faceva così e continuavo a ripetere quella perché parlare de  “l’aspro odor dei vini” o dello spiedo che gira sui ceppi accesi scoppiettando, mi sembrava del tutto fuori luogo.

🙂

La Maestra Enza.

Che ricordi che ho rispolverato…

Mi voleva bene ed ero la sua seconda preferita dopo la Bonfanti, la sua cocca nonché mia migliore amica. Ricordo che quando aveva bisogno di un quaderno di italiano per ricordare a che punto si fosse fermata con la spiegazione la lezione precedente, chiedeva sempre il suo. Il mio lo chiedeva solo quando la Bonfanti era assente.

Iniziai così a scrivere come lei e a comportarmi come lei perché sotto sotto, avrei voluto essere io la cocca della Maestra Enza. Ricordo che era una signora di mezza età e portava occhiali da vista con lenti spesse spesse. Sulle sue labbra non mancava mai un filo di rossetto e sulle sue unghie uno smalto rosato. Quando si arrabbiava faceva abbastanza paura e quando si lasciava andare a momenti di dolcezza, mangiava il suo Pocket Coffee che custodiva golosamente nel taschino.

Al momento di imparare le poesie a memoria diventavo matta. Mia mamma mi aiutava e ricordo che ripetevo la stessa manfrina più e più volte, commettendo più e più volte gli stessi dannati errori.

Invece che dire…

“Va l’aspro odor dei vini..”

dicevo…

“Va l’aspro odore del vino…”

Banale errore che toglieva poesia alla poesia. Non riuscivo ad immedesimarmi nello scrittore, nella sua mente, nelle immagini da lui descritte. Studiavo come fossi una macchinetta, senza capire il significato di quei versi in rima che mi facevano impazzire per lunghe ore. Al momento dell’interrogazione, mi batteva il cuore, mi sudavano le mani e ripetevo meccanicamente quel che avevo ripassato fino alla noia, la sera precedente.

Volevo essere perfetta, almeno come la Bonfanti. Volevo prendere un bel voto e tornare a casa soddisfatta dalla mamma. Ogni volta però, qualcosa mi bloccava e non riuscivo mai a dare il meglio di me.

Vorrei incontrare la Maestra Enza, vorrei farle leggere una poesia scritta da me. Magari quella che ho scritto quando “Il deserto, mi ha parlato.” oppure quella che ho scritto su “Una panchina blu e bianca…” in quel poetico 4 Dicembre. Vorrei recitargliela e prendere finalmente un voto, il mio voto.

Il meglio di me.

Erica, anzi Atmosferica.

Se Vuoi, Puoi.

“Parecchi chilometri più avanti, ormai quasi arrivati al primo obiettivo, veniamo colpiti in piena faccia da una visione. A bocca aperta fissiamo un po’ più avanti, a sinistra. Scopriamo il punto di incontro tra il foglio piatto di terra gialla che ci ha accompagnato fino a quel momento ed il mare. Rallentiamo e prendiamo una stradina laterale. Facciamo qualche centinaio di metri e arriviamo al bordo. Ci fermiamo. Siamo estasiati. In trance. La spianata bruciata termina bruscamente e precipita in mare, trasformandosi in scogliere mozzafiato dai colori stratificati, costantemente picchiate dalla forza delle onde che vi si infrangono senza pietà. Da un lato il cielo è ancora carico di nuvole scure ma dall’altro il sole è tutto impettito perché vuole colpire il mare, dandoci la possibilità di osservare avidamente le mille sfumature di azzurro che racchiude in sé. È tutto così selvaggio, crudo, mai toccato dall’uomo, millenario. I confini dell’Australia, quelli più aspri ed esposti, alti, impenetrabili, invivibili. Il vento ci scompiglia i capelli, il sole ci ferisce gli occhi ma non ce ne preoccupiamo. Quello che abbiamo di fronte è quello che tutti sognano di vedere prima o poi nell’arco della propria vita.”

“La storia di un’Immigrata allo Sbaraglio” di Francesca Cabaletti

Sono queste le parole che Francesca Cabaletti, nelle vesti di Immigrata allo Sbaraglio, utilizza nel suo libro per descrivere quella magica immagine che si presenta senza preavviso davanti ai suoi occhi, e a quelli di suo marito, durante la traversata del Nullarbor Plain, il deserto. Credo che sia riuscita a descrivere magnificamente e senza sforzo lo spettacolo che quella visione le abbia scaturito fuori e dentro, un insieme di colori e forze vitali che si incontrano in un punto.

Quel punto.

Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovata anche io a percorrere quella stessa strada infinita.

Chi l’avrebbe mai detto che avrei potuto constatare la potenza e la verità di quella descrizione che mi aveva tanto affascinata quanto lasciata incredula.

Mi sono trovata così ad inserire parole chiave nella sezione di ricerca del libro digitale che tengo gelosamente nel mio telefono, per andare a rileggere spezzettoni in cui lei descrive con tanta precisione ed emozione quell’indimenticabile esperienza. Quell’infinita traversata. Quelle strane emozioni che risultano incomprensibili fino a che non le si vive in prima persona.

Ora, rileggendo le sue parole, tutto è comprensibile, credetemi.

Ricordo che prima di partire, mi ritrovavo a leggere i suoi libri e i suoi articoli nei miei viaggi in treno che mi portavano al lavoro o la sera, prima di dormire. Fantasticavo dando colori e profumi alla mia immaginazione, chiedendomi se mi sarebbe stato possibile, un giorno, toccare con mano quella sabbia o sentire sulla mia pelle la salsedine trasportata dal vento impetuoso.

Leggevo senza riuscire a programmare perché la pianificazione della partenza era già troppo ingombrante ma, dentro di me, sapevo che mi sarei portata là dove il cuore batte più forte e la vita sembra quasi un sogno. Prima o dopo, mi sarei trovata in quel punto, dove ti rendi conto che tutto è possibile, anche il dolce incontro tra un’arida pianura ed un mare pieno di rabbia.

Mi sono così trovata anche io in quel posto, percorrendo la stessa stradina laterale di rossa terra battuta. Mi sono trovata anche io ad incassare potenti emozioni causate da giocosi scherzi della natura.

Uh…come si diverte.

Nel momento in cui stai respirando, ti colpisce con una folata che ti sposta di mezzo metro. Nell’attimo in cui stai per schiacciare il bottone sulla macchina fotografica, ti accorgi che il cielo ha cambiato improvvisamente colore e rimani lì a guardare pietrificata dimenticandoti di immortalare l’immagine. Nell’istante in cui pensi di aver osservato abbastanza, il mare esprime il suo disaccordo ricoprendoti di schizzi il viso.

Tutto questo è da vivere.

Questo è il motivo per cui sono qui.

Per vivere.

Sono qui per fare mie queste sorprese. Sono qui perché questa terra ti apre talmente tanto che non puoi più pensare di nasconderti dietro a inutili paure, ai “Potrei” e ai “Vorrei”. Sono qui perché se tutto questo esiste, è giusto che vada vissuto e io personalmente, non ci avrei mai rinunciato.

Ringrazio Francesca Cabaletti che nel suo libro autobiografico , ha stimolato all’ennesima potenza la mia voglia di scoperta e di ricerca, mi ha detto in tutte le salse che avrei potuto volare se solo avessi osato e che le storie del “Potrei” e del “Vorrei” sono tutte cazzate.

Quel punto di incontro ne è la testimonianza.

Se Vuoi, Puoi.

Erica, anzi Atmosferica.