Thailandia e libertà.

Sto entrando nella fase in cui quel che mi circonda è normale e ordinario ma, ieri, parlando con Valentina, mi sono come risvegliata. Ho realizzato che tutto questo fa parte di una realtà a molti sconosciuta e inimmaginabile.

Cercavo di raccontarle e di descriverle la Thailandia, attraverso questa fotografia scattata in un momento di osservazione. Alle sue domande mi veniva difficile rispondere cercando particolari e dettagli che potessero essermi di aiuto. Richiamavo alla mente persone e luoghi che chiamo “Thailandia”, che ho inserito in questa scatola durante i miei giorni qui.
Ho riportato alla mente questa fotografia e la sensazione che ho provato nell’immortalarla.
Gelo.
Anche se il termometro segnava 35 gradi umidi.
Credo che qui si possa vedere chiaramente, si possa leggere e capire.
Una foto che potrebbe essere paragonata ad un racconto. Ad una storia.

I cavi della corrente attorcigliati a formare una matassa di grovigli paurosi. Un disordine che urla ovunque, in ogni piccola cosa.
Casa.
Lo ritrovo in ogni angolo, nei cani abbandonati e nelle catapecchie di lamiera che si affacciano sulla strada. Un disordine che grida aiuto o voglia di ribellione, non lo so, non l’ho ancora capito. Forse è un disordine che parla semplicemente di “Thailndia”.

Un’intera famiglia su un motorino. Erano circa le due del pomeriggio, forse i genitori erano andati alla scuola a recuperare le due piccole creature. Sì, perché anche qui ci sono istituti che provvedono all’istruzione ma sorge spontanea una domanda: “Quali insegnamenti vengono trasmessi? Quali regole condivise?”

Mi piacerebbe per un giorno entrare a scuola, alla scuola elementare. Vorrei assistere ad una lezione, ascoltare le parole delle maestre e capire cosa significhi per loro “Insegnare” e di conseguenza “Andare a scuola”.
Vorrei entrare nella testa di genitori e bambini e capire in che misura tengano alla loro vita, alla loro unica esistenza.
Non voglio essere polemica e nemmeno aggressiva ma non riesco a comprendere questa filosofia di estrema libertà che va a sorpassare la linea di confine tra sicurezza e rischio, tra responsabilità e totale mancanza di essa.

Quando vedo immagini di questo genere esce inevitabilmente Papà. Parlo con le sue parole, ragiono con la sua testa.
Come può un’intera famiglia rischiare la vita su un pericolante e vecchio motorino?
Si potrebbe optare per due viaggi o almeno per quattro caschi. Un solo genitore dovrebbe andare a recuperare i figli, una persona in meno farebbe la differenza.

Poi però, forse, riesco ad immaginare la loro povertà, la loro casa e la loro realtà. Lei forse lava i panni per 50 BATH al chilo, lui forse vende pollo allo spiedo. Un motorino è un grande lusso per loro, un cambiamento sensazionale per la vita famigliare, per quella dei due piccoli. Un piccolo mezzo su due ruote che ha la capacità di unire e di farli volare assieme, di riempire i loro cuori di orgoglio perchè sì, sono riusciti a risparmiare per permettersi un motorino sgangherato. Giorno dopo giorno sono riusciti a raggiungere un grande obiettivo, tra l’immondizia puzzolente e ricchi turisti che non potrebbero mai capire.
Sì, forse il valore va al di là della responsabilità.
Forse l’amore se ne frega di tutto.

Poi, da questa parte, da questo lato della strada, “La pizzeria di Ale”. Un italiano sulla quarantina che nella vita sogna di fare il sindaco. Vive sull’isola di Koh Phangan da cinque anni, un posto che per lui prende il nome di “Libertà” e che si riflette nei suoi lunghi rasta raccolti in una matassa, proprio come i cavi dell’alta tensione.
Un cartello scritto a mano e costruito con poveri pezzi di carta, segnala il suo locale sul ciglio della strada. Una stanza con qualche tavolo e un pannello di plastica giallo appeso alla parete, il menù.
Osservavo tutto con molta attenzione e parlare con lui mi ha permesso di capire meglio. La provincia di Perugia gli ha messo troppi paletti, troppi conformismi, troppa poca libertà. Qui può respirare a pieni polmoni la vita, può campare con poco senza doversi preoccupare delle tasse e delle bollette. Parlare in italiano ha permesso a lui di sfogarsi sui più disparati temi che riguardano il nostro Paese, il mio, il suo. La politica, Papa Francesco, il nuovo sindaco di Roma e le sue esperienze nel consiglio comunale del paese di Provincia da cui proviene. Era come se non vedesse l’ora di parlarne con qualcuno, ho letto in lui quasi una frustrazione, lo ascoltavo.

Davanti a tanta voglia di libertà, ritrovo puntualmente un forte ed innegabile senso di appartenenza alla bandiera tricolore. Ho visto una nostalgia intensa e sofferente, ho percepito una grande voglia di sentirsi italiano e di teletrasportarsi per un momento nel mio mondo, meno thailandese del suo.

Che cos’è quindi la libertà?

Finisce per non essere più riconosciuta in un Paese come questo dove non c’è nulla da fare per essere liberi, perché tutto è fuori controllo. Tutto è già troppo libero.

Questo è forse il mondo in cui, saziata la voglia di libertà, scatta inevitabilmente l’esigenza di regole, di radici e famiglia, di cultura e storia, di mamma e di papà, di linee guida che fino a prova contraria ci hanno portato fino a qui, fino al punto in cui è impossibile farne a meno per essere davvero felici.

Erica, anzi Atmosferica.

Sei mesi.

Quel giorno di sei mesi fa, ero seduta sul sedile posteriore della macchina. 12 Novembre 2015. Era mattina presto e respiravo intensamente il profumo della pelle delle mie sorelle più piccole, quella più grande non era potuta venire.
Sembrava dovessimo partire tutti, clima generale di agitazione e adrenalina, una valigia nel bagagliaio e il cuore ancor più vuoto dello stomaco.

Ti lascio immaginare.

Una sensazione assurda che solo chi parte può conoscere.

Nascondevo una leggera paura. Leggera per modo di dire. Prevaleva la gioia e il senso di libertà, finalmente potevo spiccare il volo. Potevo volare cazzo e potevo farlo serenamente. Finalmente. Avevo l’approvazione della mia famiglia e vedevo la gioia negli occhi lucidi ma pieni di domande dei miei genitori.

Ricordo poco di quel viaggio in macchina. Era mattina presto e avevo dormito poco ma comunque avevo dormito. Sentivo un leggero dolore agli occhi come quando mi capita di essere stanca ed ero struccata, libera anche da quello. Via tutto. Una volta arrivati nel parcheggio dell’aeroporto di Malpensa, l’alba iniziava a colorare il cielo di rosa e arancione. Il sole nasceva in tutta la sua grandezza. Una magia, un richiamo dall’alto come a dire: “Io sono pronto a farti volare!”.

Ricordo che ero abbastanza insofferente. Avrei voluto scappare. Avrei salutato tutti velocemente per superare il prima possibile il momento del distacco. Mi destabilizzava molto di più della partenza. Ho sempre odiato questo genere di scene o comunque situazioni in cui è inevitabile dover dimostrare Amore alla propria famiglia. In questo devo aver preso da mio padre però alla fine dei conti ci sforziamo sempre. Se riusciamo a prendere lo slancio giusto siamo più dolci di una rossa mela caramellata.

BBBBONA.

Ora non vedo l’ora di tornare anche per superare questo blocco. Non vedo l’ora di mettermi alla prova. Ci proverò.

Dopo il check-in e una veloce colazione, arrivò il momento dell’arrivederci. Chissà a quando, ma comunque arrivederci. L’ho reso il più veloce possibile, simpatico e non troppo affettuoso. È stato forte.

Prima dei metal-detector, una vetrata trasparente mi separava da loro. Mio papà piangeva, mia mamma quasi. Mia sorella Elena ha appoggiato la mano al vetro, voleva toccarmi per l’ultima volta. Non ci siamo realmente toccate ma attraverso quel gesto ci siamo scambiate un sacco di amore, quello che avevo paura di dimostrare nel momento del CIAO cinque metri prima, giusto due passi più indietro. Quelli decisivi.

Ero ormai già sola, ero già partita. In una mano tenevo ancora la sua e nell’altra la carta d’imbarco e il passaporto.

Quando mia sorella ha toccato quel vetro che ci rendeva già così lontane, mi si è chiuso lo stomaco ma ho comunque risposto con un bel sorriso. L’ho dovuta incoraggiare per l’ultima volta, ho dovuto rassicurarla con una risposta, prima della partenza verso le mille domande. Volevo dirle “A presto amore!” ma non potevo. Non sapevo se sarei tornata e quando, non conoscevo nulla del posto e dell’esperienza che mi aspettava, la mia testa viaggiava curiosa verso mondi lontani e l’idea di non poter toccare più quella manina, mi lacerava il cuore.

Quando l’aereo stava per partire quella è l’ultima foto che ho guardato prima di spiccare il volo.

Il decollo.

Non potevo parlare e mi veniva da piangere. In un secondo ho ripensato a tutti i saluti prima della partenza. Cene, aperitivi, sorprese e regali. Ero soddisfatta, avevo abbracciato tutti. Con fatica ma l’avevo fatto.

Ho letto “Ciao amore, buon viaggio!❤️“, ho sentito in me l’energia di un vulcano e in lei una donna già in grado di capire. Una piccola donna già matura e capace di chiudere silenziosamente in un piccolo cassetto la sofferenza del vedermi partire, augurandomi un buon viaggio con un cuore rosso. Che bellezza.

Sono passati sei mesi da quel giorno. Non ho più toccato quella piccola mano ma è anche grazie a lei se ne ho potute toccare tante altre.

Mese sei finisce.

Mese sette inizia.

Erica, anzi Atmosferica.

Grazie Vita.

Sto tornando da Coogee.
Non voglio aspettare di arrivare a casa per scrivere perché devo fissare queste sensazioni adesso. Ora. Sul bus M50.
Dopo il lavoro, verso le due di pomeriggio, ho deciso bene di andare verso il mare. Ero già stata a Coogee in un pomeriggio nervoso e confuso, oggi avevo la serenità di ritornarci.
Già l’altra volta, avevo visto una scuola di Yoga, proprio lì, affacciata sul mare.
Una grande vetrata dava sull’oceano e sempre in modo confuso avevo pensato che sarebbe stato bello provare, salire quelle scale e chiedere informazioni.
Beh, non ero entrata. Non ero pronta.

Oggi, sono andata con l’intenzione di capire se stavo davvero meglio. Volevo vedere lo stesso mare e la stessa spiaggia, volevo riportarmi davanti alla stessa scuola e capire se davvero mi sentivo meglio. Più predisposta insomma.

Sono arrivata verso le tre e trenta, una mezz’ora di bus è passata leggera con le canzoni di Mengoni a tenermi compagnia. Caro Marco, sei ormai la colonna sonora dei miei viaggi. I pensieri erano leggeri. Stavo bene.

Mi sono rilassata per un po’ sul prato verde a ridosso della spiaggia, guardavo l’orizzonte e nel frattempo constatavo che ero in equilibrio con la vita. Una pace profonda e una calma piatta.

Ho ringraziato me stessa. Ero tornata dove dovevo tornare.
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Devi sapere che sono sempre frizzante e molto spesso vorrei riuscire a incanalare la mia energia senza disperderla in modo sbagliato o senza trattenerla nello stomaco.
La parola “Yoga” è volata alle mie orecchie più volte negli ultimi giorni, questa disciplina mi ha sempre incuriosita ma credo di non essere mai stata pronta.

Fino ad oggi.

È così che mi sono avvicinata alla scuola, un edificio verde su due piani. Sulla parete all’esterno sono riportati in maniera ordinata, originale e chiara gli orari di tutti i corsi. Gesso bianco su uno sfondo nero.
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Alle 17 sarebbe iniziata la lezione per principianti. Era il mio momento. Una voce silenziosa mi ha invitato ad entrare e in pochi secondi mi sono trovata dentro. Profumo e pace.

Quella vetrata che dava sul mare era come una visione perfetta. Quando mi immaginavo una sala dove praticare Yoga, non dico che sognavo proprio quella visione ma quasi.
Il mare, il sole, un parquet chiaro e cuscini a volontà.
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La maestra era, anzi, è una ragazza bionda e giovane. Il suo accento australiano era stranamente comprensibile e ben scandito. Seguivo le sue istruzioni partendo dalla respirazione.
Fondamentale nello Yoga e nella vita.

Posizioni faticose ma rilassanti mi distendevano i muscoli, le braccia facevano forza ma il corpo ringraziava. Lasciavo entrare l’energia da quella vetrata e la musica soft mi cullava. Rilassavo i polmoni e il collo, mi allungavo su quel tappetino blu.

Avevo bisogno di una guida, un’esperienza nuova. Pochi minuti sono bastati per entrare in un mondo tutto mio ma aperto all’ascolto.

Al concludersi della lezione, l’indicazione della maestra mi chiedeva di stare sdraiata con le braccia distese lungo i fianchi, i palmi rivolti verso l’alto e il collo rilassato.
Proprio in quel momento, quando la luce si è fatta soffusa, è arrivata lei che con le sue mani calde mi ha massaggiato le tempie.
Un profumo di olio essenziale mi è rimasto sulla pelle e mi è entrato nel naso.
Il sole stava salutando.
Un tocco magico. Giuro.
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Con le sue parole mi ha fatto concentrare su ogni singola parte del mio corpo. Dovevo liberare ogni tensione e sciogliere ogni nodo.
Piedi, caviglie, gambe, fianchi, pancia, petto, collo, braccia, mani, dita.
Con gli occhi chiusi dovevo sentire il contatto con la terra e ascoltare il mio corpo e il suo equilibrio.

Era quello che cercavo.

Namastè e Grazie Vita.

Erica, anzi Atmosferica.

Cronache di una domenica australiana.

Buongiorno!!

Ti scrivo dal primo pomeriggio di una domenica australiana.
Da pochi giorni mi sono trasferita al piano di sotto del letto a castello e mai come nelle ultime notti, mi sono fatta un paio di dormite pazzesche. Qui sotto ho la possibilità di creare una sorta di capanna, utilizzando coperte, per ripararmi dalla forte luce della mattina. Non esistono tapparelle e quando inizia a farsi giorno, gli occhi si strizzano come spugne. Ho iniziato a utilizzare la spiritosa mascherina per la notte che mi aveva simpaticamente regalato Jason al mio compleanno.
Che invenzione favolosa.
Che regalo intelligente.
Caro Jason.
Ora sono riparata e mi posso svegliare quando voglio o quando la sveglia suona ma non di certo per la luce chiara e fastidiosa.
Sarà stranissimo, un giorno, tornare a dormire al buio.
Buio totale.
Magari avrò paura.
🙂

Ah…
Lo sai che stanotte abbiamo spostato l’orologio un’ora indietro?
In pochi giorni siamo passati dalle dieci, alle otto ore di fuso. Questo mi piace. Dieci ore di differenza erano davvero tragiche per me, il giorno e la notte erano esattamente invertiti e per comunicare con chiunque, dovevo aspettare l’ora di pranzo italiana, nonché le undici di sera, mezzanotte.
Una tragedia!

Da domani inizierò a lavorare regolarmente. Ricoprirò ufficialmente i turni della ragazza cilena che è ripartita per il proseguo del suo viaggio. C’è chi si ferma e c’è chi riparte.
Sempre di viaggio si tratta.
Io sono proprio contenta di lavorare in quel Coffee Bar dall’atmosfera giovanile e musicale. Mi sento bene. Inizierò la mattina alle sette e concluderò il mio turno verso le due del pomeriggio. Un orario ottimo che mi permetterà di mantenere le mie abitudini, gli spazi per le mie scritture e avrò tutto il pomeriggio per fare la turista, la spesa, una passeggiata o un aperitivo.

Ieri sera sono uscita a divertirmi con i miei coinquilini. Due francesi, due colombiane e due brasiliani. Ho ballato, parlato, socializzato, ho passato una bella serata spensierata.
Stanotte ho sognato in inglese.
Oh Oh
Dicono che quando succede, significa che la lingua inizia ad ingranare, speriamo! Non ti parlo del contenuto del sogno perché ancora lo devo analizzare, ma comunque ricordo perfettamente che ero madrelingua inglese.
🙂

Sotto casa un ponte pedonale collega le due rive della baia. Quando barche troppo grandi devono accedere al piccolo golfo, la parte centrale del ponte si snoda ruotando su se stessa e apre un varco per permettere il loro ingresso. Il flusso dei passanti viene bloccato per qualche minuto da transenne, un po’ come accade al passaggio di un treno quando le rotaie tagliano la strada.
Semaforo rosso.
Pazienza.
Meglio spegnere il motore.

Queste sono le dinamiche che seguo dal balcone di casa.
È divertente!

Ogni sabato sera alle 21 parte puntuale lo spettacolo pirotecnico. I fuochi d’artificio sparano colori e luci tra la baia e il ponte esplodendo in fontane di stelle cadenti, scoppiettanti salici in chiusura e pioggia bianca.
Che è?
È sempre festa per voi?
IMG_7033Quando esco per le mie passeggiate, mi piace attraversare il ponte a qualsiasi ora del giorno e della notte.
È sempre molto suggestivo.

Stava per farsi sera, il sole era basso e camminavo con la luce negli occhi. Non vedevo molto, ero come abbagliata. Dal Futuro. Le bandiere segnavano la strada ma per il resto, troppa luce!
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Allora, per riposare la vista mi sono girata, alle mie spalle era tutto chiaro, nitido e illuminato. Era bellissimo. Il Passato.
Lassù c’era anche casa mia.
IMG_6987.largeErica, anzi Atmosferica.

Desiderio avverato.

Che cinema ragazzi!

La città di Sydney è un risucchio continuo! Energia, tempo, emozioni, fiato…un risucchio di ogni cosa e di ogni genere.

Sono arrivata da 24 ore e già la mia vita è cambiata dieci volte.

Ho iniziato sin da subito una ricerca assetata di una stanza anche se non conosco ancora bene le zone e i quartieri. Sì, lo so che AVREI DOVUTO e potuto accontentarmi di una sistemazione momentanea ma, come ben sapete, morivo dalla necessità di avere un letto tutto mio su cui farmi una dormita di una giornata intera e un armadio in cui sistemare ordinatamente i miei vestiti chiusi in valigia da tre mesi.

Sì. Dico che AVREI DOVUTO, perchè così non ho fatto.

Sono già sistemata amici.

Ieri sera, per cena, io e Mattia abbiamo incontrato un ragazzo che mi ha contattata attraverso un annuncio in cui segnalavo che sarei arrivata a Sydney a breve e che avrei avuto bisogno di una stanza a brevissimo. Bene, Vincenzo si è dimostrato disponibile e molto gentile, invitandoci a fare due passi per mostrarci una piccola zona della città e fare due chiacchiere.

Anche Vincenzo avrebbe potuto fornirmi una soluzione per una stanza, ma l’uscita a tre, avvenuta ieri sera, era di accoglienza. Pura accoglienza.

Con un Kebab tra le mani e una fame di curiosità, abbiamo iniziato a dirigerci verso Darling Harbour. Solo il nome mi ha sempre riempita di adrenalina. Tra una chiacchiera e l’altra, Vincenzo si è presentato e raccontato a noi, facendoci sentire a casa. La stanchezza mi faceva sbadigliare ma appena ho visto tutte queste luci…

…NON MI SENTIVO PIÙ STANCA.

La mia fantasia ha iniziato a viaggiare. Numerosi ristoranti e locali in riva alla baia creavano una fantastica atmosfera, le luci dei grattacieli mi abbagliavano e mi sentivo piccola, minuscola, una formica.

Sentirmi impotente è sempre molto stimolante per me. Divento più creativa, il mio cervello galoppa alla velocità della luce, cerco di trovare idee e soluzioni per crescere dentro e per sentirmi meno spaventata da ciò che vedo.

La solita vocina interiore, la mia cara amica, ha iniziato a straparlare ma non sono riuscita a placarla:

“Erica Cara, prova ad immaginare come sarebbe bello abitare in uno di quei grattacieli! Pensa che figata sarebbe vivere lassù, al ventesimo/trentesimo piano, e poter godere ogni sera delle luci e della magia proiettate nell’acqua calma del mare.”

Sognavo, parlavo silenziosamente e intanto facevo prendere forma ai miei desideri.

Stamattina la giornata vedeva in programma due perlustrazioni in due diverse case che offrivano un letto disponibile.

La prima vicino alla Central Station, ore 12.

La seconda in Kent Street, ore 14.

Entrambe offrivano comodità e una bella atmosfera. La prima era nel centro, distante una ventina di minuti a piedi dalla seconda, situata a Darling Harbour.

Ebbene sì, la seconda casa è situata al 22esimo piano in uno di quei grattacieli in fotografia.

Avevo il desiderio di vivere lì no?

DESIDERIO AVVERATO.

Erica, anzi Atmosferica.

Il meglio di me.

Ecco che in un batter d’occhio, mi trovo a scrivervi dal Victoria, la Regione che ospita la città di Melbourne. In pochi giorni ci siamo lasciati alle spalle il Western Australia e il South, posizionandoci così ai posti di blocco per una nuova meta. La strada che ci separa dalla grande città si chiama Great Ocean Road e anche solo il nome può dirvi molto. È uno dei tratti più spettacolari dell’Australia a cui è difficile rinunciare scegliendo così di percorrerlo non badando a strade alternative, più brevi.

La connessione Wi-Fi in questo campeggio di Warrnambool è potente e stranamente di durata giornaliera. Posso così prendermi la calma di scrivervi e sbizzarrirmi più tardi sul web facendo un sano zapping tra siti di mio interesse.

Oggi me la godo.

Siamo partiti stamattina da Mount Gambier (Sembra anche a voi un nome francese?) dove abbiamo passato la notte e prima di riaccendere i motori, abbiamo visitato il Blue Lake. Un lago formatosi nella bocca di un vulcano che mette a tacere ogni possibile lamentela o borbottìo. Sulla ringhiera lucchetti colorati, di amici o innamorati, hanno attirato la mia attenzione diventando parte integrante del paesaggio, della visione.

Una giornata grigia e umida ci ha accompagnato fino a qui, per 187 chilometri verso sud-est.

Per combattere con il problemino di cui vi ho parlato ieri, mi sono piazzata alla guida, ricercando stimoli creativi nella concentrazione. Quando si viaggia, tutto passa veloce ma può succedere che pensieri birichini, vogliano essere ancora più veloci azzardando con un sorpasso sulla sinistra (Qui è vietato!!). Ti trovi così sorpreso e impotente davanti a un azzardo del genere, vai su tutte le furie ma devi placare l’istinto di accelerare per corrergli dietro.

È difficile ma devi, altrimenti finisci per farti male.

Nel tragitto abbiamo deviato per Portland, un paesino sulla punta di una piccola penisola, attraversando valli verdi coperte dalla nebbia. Eh sì, una fitta nebbia. Il paesaggio era collinare e la strada seguiva le sue curve, mucche nere nere pascolavano nutrendosi di sana erba e pecore grigie grigie si intonavano con il cielo. Non avrei mai pensato di imbattermi in banchi di nebbia del genere ma appunto per questo, è stato suggestivo. Sorprendente.

Sulla punta di Portland, ho visto l’orizzonte dell’oceano annebbiato e ho iniziato a “canticchiare” inconsciamente quella poesia di Carducci che la Maestra Enza mi aveva fatto imparare a memoria alla scuola elementare.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar.”

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La prima strofa faceva così e continuavo a ripetere quella perché parlare de  “l’aspro odor dei vini” o dello spiedo che gira sui ceppi accesi scoppiettando, mi sembrava del tutto fuori luogo.

🙂

La Maestra Enza.

Che ricordi che ho rispolverato…

Mi voleva bene ed ero la sua seconda preferita dopo la Bonfanti, la sua cocca nonché mia migliore amica. Ricordo che quando aveva bisogno di un quaderno di italiano per ricordare a che punto si fosse fermata con la spiegazione la lezione precedente, chiedeva sempre il suo. Il mio lo chiedeva solo quando la Bonfanti era assente.

Iniziai così a scrivere come lei e a comportarmi come lei perché sotto sotto, avrei voluto essere io la cocca della Maestra Enza. Ricordo che era una signora di mezza età e portava occhiali da vista con lenti spesse spesse. Sulle sue labbra non mancava mai un filo di rossetto e sulle sue unghie uno smalto rosato. Quando si arrabbiava faceva abbastanza paura e quando si lasciava andare a momenti di dolcezza, mangiava il suo Pocket Coffee che custodiva golosamente nel taschino.

Al momento di imparare le poesie a memoria diventavo matta. Mia mamma mi aiutava e ricordo che ripetevo la stessa manfrina più e più volte, commettendo più e più volte gli stessi dannati errori.

Invece che dire…

“Va l’aspro odor dei vini..”

dicevo…

“Va l’aspro odore del vino…”

Banale errore che toglieva poesia alla poesia. Non riuscivo ad immedesimarmi nello scrittore, nella sua mente, nelle immagini da lui descritte. Studiavo come fossi una macchinetta, senza capire il significato di quei versi in rima che mi facevano impazzire per lunghe ore. Al momento dell’interrogazione, mi batteva il cuore, mi sudavano le mani e ripetevo meccanicamente quel che avevo ripassato fino alla noia, la sera precedente.

Volevo essere perfetta, almeno come la Bonfanti. Volevo prendere un bel voto e tornare a casa soddisfatta dalla mamma. Ogni volta però, qualcosa mi bloccava e non riuscivo mai a dare il meglio di me.

Vorrei incontrare la Maestra Enza, vorrei farle leggere una poesia scritta da me. Magari quella che ho scritto quando “Il deserto, mi ha parlato.” oppure quella che ho scritto su “Una panchina blu e bianca…” in quel poetico 4 Dicembre. Vorrei recitargliela e prendere finalmente un voto, il mio voto.

Il meglio di me.

Erica, anzi Atmosferica.

A spasso per Adelaide.

Vi porto con me in perlustrazione nella città di Adelaide, South Australia.

Dopo una sveglia afosa e faticosa, abbiamo raggiunto il centro distante UNDICI insofferenti chilometri dalla West Beach, area in cui abbiamo campeggiato per tre notti. Il tragitto in mezzo al traffico lento e la cappa di smog causata dal tempo uggioso e umido, non erano di buon auspicio. Mattia, ad ogni semaforo più lungo di trenta secondi, faceva andare la gamba nervosamente tanto che, ad un certo punto, ha esclamato:

“Il mio livello di sopportazione è pari a ZERO!”

Sono scoppiata in una risata fragorosa delle mie, rendendomi conto che la mia sensazione si rispecchiava totalmente nella sua. Giuro che sarei scesa e me la sarei fatta a piedi, ci avrei messo meno. Dopo intere giornate a macinare chilometri senza trovare il minimo ostacolo o rallentamento, è inevitabilmente scaturito in noi questo odio irrefrenabile nei confronti delle comuni regole di circolazione.

Il sistema viario lo definirei rettangolare. È questa la forma della parte principale della città, attraversata da ordinate ampie strade che si intersecano perpendicolarmente. Un grande rettangolo, al centro del quale si trova Victoria Square, circondato sul perimetro da parchi verdi curati con precisione.

Dopo aver parcheggiato Vando, abbiamo iniziato la nostra lunga camminata che si sarebbe protratta per circa quattro ore, concludendosi con una bella abbuffata di sushi.

Quanto mi mancava!

Ho iniziato a camminare con il naso all’insù, cercando per chissà quale motivo, grattacieli o alte costruzioni. Niente di questo genere all’orizzonte. Dopo aver vissuto più di un mese a Perth, la mia mente associa ad ogni città, immensi e possenti palazzoni ma qui, nemmeno l’ombra.

L’area identificata come “China Town” non manca. Vie piene zeppe di negozi e ristoranti cinesi sono state le prime attraversate e fin lì, nulla di nuovo. Mi sembrava di stare in una qualunque città già conosciuta dove accessori di ogni genere vengono venduti a basso prezzo e dove non mancano insegne incomprensibili e negozi per turisti. A voce alta pensavo e sorridevo…

“Ma quindi?? Dove inizia la città?”

Ero curiosa di conoscere la sua identità, la sua faccia, senza avere di mezzo realtà insediate successivamente.

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Svoltato l’angolo, eccoci in Victoria Square. Delusione. La piazza era totalmente ricoperta da tendoni bianchi di forma tondeggiante che non mi permettevano di vedere dall’altra parte. Davanti a me vedevo una fontana che perdeva ogni magia a causa di quelle impalcature ingombranti che ho cercato di non inquadrare scattando la mia fotografia (come vedete in copertina) e, se alzavo lo sguardo, edifici alti quindici piani facevano da contorno. Sul perimetro della piazza viaggiavano a velocità lenta e ordinata un paio di tram che scorrevano su binari precisi e verdi.
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La nostra camminata prosegue così verso la via centrale, l’unica zona pedonale. Sia a destra che a sinistra, famosi marchi prendevano scena e parecchi artisti di strada intrattenevano il pubblico esprimendo le loro particolari doti.

Due di loro mi hanno colpito.

Lui e lei, due fratelli. Lui tredici anni e lei dieci. Circoscritta la loro area di esibizione con una corda rossa, invitavano i curiosi a disporsi vicini e lungo la riga. Lui aveva una buona parlantina e scherzava con i passanti proprio come fanno quelli di trent’anni più grandi. Recitavano una sorta di filastrocca per introdurre l’esibizione e per attirare quanta più gente possibile. Lei era piccolissima, indossava un top e un gonnellino rosa, che si abbinavano perfettamente alla sua scura carnagione. Seguiva il fratello in modo meccanico, sia nelle esclamazioni che nei loro passi di danza. Non sono riuscita a capire se lo facevano per passione o se la vita di strada li aveva obbligati ad inventarsi e reinventarsi. Lei era stanca, il caldo la indeboliva e tutte quelle capriole e torsioni erano per lei una fatica. Sapeva perfettamente quale mossa avrebbe seguito la precedente e si abbandonava tra le braccia di lui con totale fiducia e amore.

Una monetina se la sono meritata.

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Alla fine di quella via estremamente musicale e viva, abbiamo svoltato a sinistra. La strada terminava con maestose costruzioni tra alberi sempreverdi e siepi. Era l’Università di Adelaide che esprimeva bellezza all’interno di un parchetto aperto al pubblico.

Mi sono seduta su una panchina, dove la vista era coperta ma non disturbata dal verde che mi circondava. Mi sono per un attimo teletrasportata nei chiostri dove studiavo durante i miei anni universitari a Milano. Mi sedevo su un muretto, su un gradino, su una panchina e ricordo che leggere un’ora all’aria aperta, mi rendeva di più che tre ore incastrata in un banco e tra quattro mura. Mi piaceva. Respiravo in quel momento la stessa pace e la stessa atmosfera di conoscenza che in quei chiostri di Milano riempiva i miei polmoni. Sono rimasta seduta per una mezz’ora apprezzando il silenzio pulito che mi avvolgeva come le pareti di quei maestosi ed eleganti edifici.

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Ieri era domenica quindi nessuno studente all’orizzonte. Mi sarebbe piaciuto osservare l’andirivieni di ragazzotti australiani con le braccia cariche di libri e l’espressione orgogliosa. Gruppetti di ragazze che se la contavano sul marciapiede dopo aver posato le loro biciclette dipinte con colori pastello.

Mi sono immaginata questa ipotetica scena di un giorno infrasettimanale.

Tornando alla macchina la pioggia ha deciso finalmente di palesarsi senza più rimanere imbrigliata in nuvoloni neri e rumorosi. Mi sono spostata verso il ciglio della strada dove non sarei stata riparata dalla tettoia che copriva il marciapiede. Volevo sentire anche la pioggia di questa città e conservare dentro al mio cuore un ricordo particolare.

La pioggia di Adelaide.

Erica, anzi Atmosferica.

Hello from Adelaide.

Tanti cari saluti da Adelaide.

Questo nome suona bene nella mia testa, mi piace.

Sembra quasi una città italiana, mi viene facile pronunciarla a differenza di Perth. Sì perché è sempre stato un problema capire come posizionare la lingua per dire correttamente quel nome. Vi giuro, però, che ho sempre evitato di italianizzarlo dicendo “PEEERT” con la “E” spalancata e la “T” dura come quella di un “TRONCO”.

Chiusa questa parentesi, siamo arrivati qui nella prima città che si tocca nel South Australia, provenendo dal Western. Dopo migliaia di chilometri nel vuoto, mi ha fatto effetto incontrare semafori rossi e dover pazientare in mezzo al traffico. Per un istante mi sono sentita nervosa ed insofferente nel dover aspettare tutto quel tempo. Muovevo le gambe e continuavo a cambiare posizione sul sedile.

“Dai! Forza!! Circolate!”

Se avessi avuto super poteri, avrei sicuramente velocizzato i tempi.

Non ci siamo subito addentrati nel centro preferendo rimanere nella zona residenziale di periferia, dove abbiamo fatto una tappa necessaria al supermercato e prenotato tre notti in campeggio.

Ci troviamo quindi già a casa, il cielo è azzurro e il prato è curato da qualche individuo assai preciso. Vando è parcheggiato su una piazzola di cemento rosso, allineato perfettamente con altri Van e Roulotte. Si sta bene senza le maniche e con le braghe corte, ma non c’è il caldo che abbiamo patito in questi giorni durante la traversata.

I quartieri periferici sono tranquilli. In ampi viali alberati sono disposte con precisione grandi case piatte e larghe, garage puntualmente incorporato nel lato destro della villa e jeep rigorosamente parcheggiato davanti. Sono tutte di colore rosso, marrone o beige e sono tenute alla perfezione, precise, ordinate e apparentemente nuove, pulite e ricche.

Netto contrasto con le case degli ultimi paesi del Western Australia. Nulla a che vedere con quelle zone abbandonate e prive di luce dove vedere una persona seduta in giardino a leggere un libro, sarebbe stato un vero miracolo.

Siamo vicini all’aeroporto e attaccati alla West Beach. Mi prenderò il tempo per andare a curiosare dietro a questa fila di alberi e siepi che mi separano dal mare, come per fare molto altro. Poi vedrete! Sopra le nostre teste, quindi, prendono il volo aerei bianchi e arancioni. Che effetto vederli decollare. Ripenso inevitabilmente a quando ho spiccato il volo e mi trovavo schiacciata dalla pressione a quel sedile che, nel giro di trenta secondi, aveva già preso la mia forma. Guardavo fuori dall’oblò, felice e curiosa di sapere quel che sarebbe stato di me. Ero tranquilla, non avevo paura e mi sentivo comunque al sicuro.

(Avrete già capito che oggi sto andando a ruota libera. Non sto seguendo un filo del discorso, ma è proprio questo il bello. Seguitemi voi!).

Oggi abbiamo quindi viaggiato per 309 chilometri, la distanza che separava Port Augusta da Adelaide. Inutile ribadire che sono state tre centinaia di spazi deserti, gialli e secchi. Due sagome al lato sinistro della strada hanno catturato la mia attenzione.

“Mattia rallenta…”

Ci avviciniamo, erano due ciclisti.

Papà erano due ciclisti!

Lui e lei, erano affaticati e molto attrezzati. Un sorriso di soddisfazione è comparso sul loro viso, quando hanno capito di essere i protagonisti della mia fotografia. Hanno alzato un braccio per salutare e per comunicare gratitudine. Non so da dove siano partiti, non so per quanti chilometri abbiano pedalato. Tenendo conto che nei 1900 chilometri che li precedevano, c’era il deserto più secco e aridamente assoluto che ci possa essere, credo proprio siano partiti da Perth. In questo momento staranno ancora pedalando ma devo dire che ormai sono decisamente a buon punto.

Stima e rispetto per loro.

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Ne approfitto e vi faccio vedere anche il maratoneta incontrato ieri nel tratto da Ceduna a Port Augusta. Ve ne ho parlato nell’articolo precedente e penso che vedere la sua immagine, renda la sua descrizione ancor più toccante. Alle sue spalle potete vedere la strada già da lui percorsa e vi invito a fare una riflessione: prendete quel tratto di circa un chilometro e moltiplicatelo per 1986 volte. Ecco, quell’uomo sta conquistando passo dopo passo ogni singolo metro di quel rotolo bollente che si stende sotto ai suoi piedi.

Un mito.

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Penso che la tenacia, la forza di volontà e lo spirito di avventura di queste persone, superi l’inimmaginabile.

Sono senza parole.


Nei giorni passati, mi sono arrivati parecchi messaggi indiretti da voi che leggete. Vorrei fare un appello a tutti gli amici di amici, parenti di parenti, cugini di cugini, amiche di sorelle e amici di genitori, dicendo che avrei il piacere di parlare direttamente con voi! Sarei curiosa di scambiare due parole con ognuno di voi, avendo così il riscontro che desidero.

Potete scrivermi qui sotto lasciando un commento, oppure se volete lasciarmi un messaggio, un’impressione o una critica in privato, potete farlo sia attraverso la pagina Facebook di Atmosferica  sia con una semplice e-mail a erica.maddaloni@gmail.com

A domani!

Erica, anzi Atmosferica.

Il vuoto del vento.

Qui a Caiguna, il forte vento fresco non si è ancora preso un attimo di riposo da ieri sera.
Partiti da Norseman, ci siamo fermati qui per la notte dopo 350 desertici chilometri. Quasi quattro ore di emozioni nuove, di frizzante adrenalina che aumentava sempre più man mano che scorrevano veloci le aride miglia.

Questa è quindi la prima sosta sulla strada che ci porterà ad Adelaide, una strada lunga 1986 chilometri. Penserete a Caiguna immaginandola come un piccolo paesino. Vi sbagliate. Posso elencarvi brevemente quello che il posto offre: un benzinaio, un povero bar, un “campeggio”.

Sulla strada sono numerose le aree in cui cartelli blu, segnalano che è possibile la sosta gratuita di 24 ore. Abbiamo optato, però, per un campeggio in modo da avere la possibilità di farci una doccia e lavare via la stanchezza e il sudore della giornata ventosa e molto calda.
Il sole tramonta circa un’ora prima del solito. Ieri sera alle 18.30 era già buio, questo perché ci stiamo dirigendo sempre più verso est e verso il confine tra Western Australia e South. Supereremo quindi, nel giro di due giorni, la linea che divide le due regioni, trovandoci a spostare la lancetta dei nostri orologi di ben due ore e mezza in avanti in un paese che prende il nome di Border Village (Il villaggio di confine).

🙂

Lì la nostra giornata si allungherà nuovamente e non avremo più la sensazione di vivere una piena stagione estiva con giornate più brevi di quelle invernali. Non so se mi spiego.

Ieri sera, quindi, abbiamo cucinato fusilli al pesto utilizzando il fornello da campeggio. Una torcia ci permetteva di orientarci nel buio mentre attirava a se moscerini fortunatamente non pungenti.
I nostri amici inglesi, Jonny e Jamie, hanno riscaldato cibi in scatola già pronti dove il bacon non poteva mancare.

È stata la prima esperienza da veri viaggiatori. Appena dopo la cena una bufera di sabbia ci ha costretti a fare ordine velocemente evitando di perdere nel vento sacchetti, bicchieri o posate. È stato difficile e per un momento ho quasi pensato di fregarmene… Cercando riparo dentro a Vando.

Verso le 22 già dormivamo. Mentre cercavo di prendere sonno una strana sensazione di piccolezza mi ha assalito. Per la prima volta mi sono sentita minuscola e in balìa della natura, impotente e grande quanto un granello di quella sabbia che volava impetuosa.

Mi sono sentita parte integrante della natura ma allo stesso tempo, colpita con violenza.

È stato bello ma anche brutto. Mi sono addormentata salutando la Terra, immaginando una distesa di niente attorno a me e tutte le persone a me vicine, molto lontane.

Prima di chiudere gli occhi ho proprio mandato un pensiero alla mia Mamma, al mio Papà, alle mie Sorelle e alle mie meravigliose Amiche.

In quel momento mi sono subito sentita piena in questo immenso e indescrivibile vuoto.

Erica, anzi Atmosferica.

“Australia” è anche questo.

Per la prima volta dopo due mesi, mi trovo finalmente a scrivere schiacciando velocemente questi tasti neri del mio computer. Io e Mattia stiamo rubando “qualche minuto” di connessione Wi-Fi al McDonald’s di Kalgoorlie consumando un succo di arancia e una Coca-Cola grande.

Sono quasi impacciata ed emozionata nel trovarmi a poter scrivere attraverso la mia vera macchina da scrivere. Quando ho la possibilità di comunicare grazie al computer, la scrittura è molto più fluente, viva, come la vorrei vivere ogni giorno. Purtroppo il continuo movimento e spostamento in aree pressoché deserte, mi costringe a racchiudere i miei pensieri nel telefono, un piccolo dispositivo che spesso ha bisogno del suo tempo per immagazzinare grandi pensieri.

A proposito di aree deserte…

Mi stupisce il fatto di poter avere a disposizione una funzionante e gratuita connessione Wi-Fi in questa cittadella che mi ha servito impressioni contrastanti che non comprendono quella di efficienza, sviluppo e urbanizzazione. Nel percorrere le strade desolate percependo miseria, povertà e degrado, ho individuato McDonald’s, KFC, Hungry Jack’s, K-Mart e Target come fossero dei bei fiori in un grande prato secco e pieno di erbacce. Vedo edifici che portano il nome di grandi marchi con occhi stupefatti, senza riuscire a dare una spiegazione a questa parvenza di sviluppo in una città priva di vita.

La foto che ho messo in evidenza oggi, l’ho scattata chiedendo a Mattia di accostare giusto per il tempo di catturare la realtà in un piccolo riquadro colorato ma scolorito.

“PICCADILLY BUTCHERS”

Macellaio di Via Piccadilly.

Un nome londinese che deriva dal piccolo quartiere, nel sentirlo nominare potrebbe risultare un negozio moderno, normale, avviato. Ma è qui che vi invito a guardare con attenzione l’immagine.

Un edificio trasandato e abbandonato da chissà quanti anni che sta insieme per grazia divina come tutte le case prefabbricate disposte in fila l’una accanto all’altra nelle vie parallele o adiacenti. Il palo della corrente in legno, i cavi dell’alta tensione scompigliati e disordinati. Una porta marcia e scritte illeggibili cancellate dal sole. In questa strada come nel gran numero di quelle percorse nei due giorni passati, la sensazione di abbandono è molto ricorrente. Pezzi di lamiera affaticati, taglienti e sbiaditi che patiscono il caldo senza che nessuno intervenga a mantenerli in vita. Macchine sgangherate abbandonate su marciapiedi e “lavori in corso” mai terminati.

Molte immagini di stanchezza e morte mi sono passate davanti e ogni volta il cuore si stringeva. La popolazione a Kalgoorlie è per lo più aborigena, e la tristezza si percepisce ovunque, anche al supermercato.

Gli aborigeni rappresentano per me un mondo ancora sconosciuto, incompreso, e posso solo riportarvi quel che ho visto e quel che mi ha turbato profondamente. Vivono una vita di abbandono e disagio e più volte ho incontrato famiglie in cui i piccoli non venivano trattati da tali mentre i genitori assumevano atteggiamenti di sregolatezza. Loro rappresentano la fetta più antica e radicata della popolazione australiana e per questo lo Stato tende a tutelarli dando loro una casa, un contributo mensile per gli alimenti e una certa protezione. Il 99% di loro, però, non è in grado di cogliere l’aiuto portandolo a proprio favore, vivendo per le strade, sotto ai ponti o nei parcheggi e utilizzando i pochi soldi per alcool e droga. Quanti ne ho visti chiedere cinque dollari con le mani giunte, quanti camminare disorientati in una città che dovrebbe essere per loro Casa, quanti con rosse ferite sulla faccia e quanti bambini piccoli con lo sguardo già adulto.

La loro situazione, per quanto riguarda il Western Australia, è assolutamente ignorata e forse non capita. Ripeto che mi limito a parlare per quel che hanno visto i miei occhi in zone isolate come questa, dove loro si adattano a vivere una vita di stenti senza prospettive di miglioramento. Mi è stato detto che nell’Est della Grande Isola, la situazione è nettamente diversa dove parecchi di loro ricoprono alte cariche lavorative.

Questa descrizione, si riflette pienamente nelle case, nei giardini pubblici, nelle insegne scolorite e nelle aiuole piene di erbacce mai estirpate. Molte abitazioni, potenzialmente perfette per famiglie numerose, stanno per cadere a pezzi. Nel piccolo giardinetto ammassi di rifiuti e scope rotte, le finestre senza vetri e le tapparelle storte, cancelli aperti arrugginiti e niente che dia una mezza idea di pulito o civiltà.

Molti giovani camminano per la strada sotto il sole a picco o nella desolazione della sera con in testa un cappuccio. Tristezza e solitudine, sregolatezza e alcolismo, povertà e menefreghismo sono sulle facce di tutti. Le persone, le attività e le poche vie vive,  basano la loro sopravvivenza sul turismo e su quella spinta economica che la Miniera d’ORO, di cui vi ho parlato ieri, possono offrire.

Come potete capire, rimarrò parecchio segnata e scossa da quel che ho visto qui. La mia riflessione, vuole essere una condivisione di crude immagini e sensazioni che non hanno bisogno di grandi giri di parole per trovare chiara espressione.

Ora che stiamo per abbandonare questa località, mi rendo conto che da oggi, Australia non sarà solo sinonimo di Meraviglia, Crescita, Trasformazione, Grandezza, Immensità, Sorpresa, Magia, Stupore, Sviluppo, Urbanizzazione, Velocità ed Efficienza.

No…

Da oggi includo nel pacchetto Povertà, Degrado, Tristezza, Abbandono e Incomprensione.

Da oggi, “Australia” è anche questo.

Erica, anzi Atmosferica.