Ricapitolando, prima del grande passo.

Lasciamo Norseman per procedere verso la East Coast.

Sì, lo sto dicendo veramente, lo sto davvero scrivendo.

Questa è una comunicazione ufficiale.

Salutiamo l’ultimo paesino del Western Australia, con un filo di magone e un forte grazie per tutto quello che, insieme agli altri luoghi visitati, ci ha regalato. Norseman è una piccola frazione situata esattamente al bivio, è una scommessa, un nuovo inizio per chi decida di svoltare verso quella lunga strada che percorre il deserto, il niente, il nulla più assoluto per un migliaio di chilometri. È un arcobaleno, un tramonto rosa, la desolazione e il disagio.

Ve ne avevo già parlato…ricordate?

Vorrei elencare insieme a voi i segnalibri che hanno meritato e richiesto una pausa nella lettura di questo meraviglioso libro. Lasciata la città di Perth il 16 Gennaio, ci siamo diretti verso Wave Rock, nell’entroterra a est.
La meta successiva è stata l’area sud della costa occidentale dove avremmo cercato lavoro in Farm per mettere insieme il giusto gruzzolo per proseguire il viaggio. Le prime soste presso Manjimup e Margaret River, non ci hanno offerto nessuna possibilità di lavoro visto che le stagioni della raccolta non erano ancora iniziate. Una forte perturbazione ha fatto ombra per una decina di giorni, periodo in cui non abbiamo sottovalutato l’idea di esplorare le meraviglie della zona. Dunsborough, Busselton, Augusta e Cape Leeuwin sono state le cittadelle prescelte da aggiungere al nostro itinerario, ognuna con una curiosità da offrire. Di nuovo alla ricerca di lavoro, ci siamo spostati a Pemberton dove nel giro di due giorni ci siamo trovati ad imballare Avocados e soggiornare per tre settimane in compagnia di un simpatico gruppo di Backpackers. Durante la breve, ma non per questo povera, stagione lavorativa, non sono mancate gite di intere giornate ad Hamelin Bay e a Bunbury.

Spettacolari.

Ripreso il viaggio il 17 Febbraio, abbiamo proseguito sulla costa sud del Western Australia, procedendo verso Est. Tappe d’obbligo sono state quelle di Greens Pool, Denmark, Albany ed Esperance.
Da quest’ultima, è stata nostra decisione quella di spostarci verso nord nell’entroterra abbandonando alle nostre spalle l’oceano e la sua grandezza. Ci siamo diretti così a Kalgoorlie dove una miniera d’ORO ha attirato la nostra curiosità facendoci decidere di deviare appositamente.
Ora siamo Norseman, in partenza alla volta della costa est.

So perfettamente di aver gettato nero su bianco troppi nomi senza molta creatività ma l’ho fatto per chi volesse ripercorrere velocemente il nostro viaggio, per chi stia per partire da Perth con la stessa idea e per chi si sia connesso recentemente con la mia storia.

Inserendo i nomi di questi principali luoghi toccati, potreste farvi un’idea ben chiara del tragitto percorso, individuando anche il punto in cui ci troviamo oggi, il bollino rosso di non ritorno.

Un’altra partenza ci vede protagonisti insieme ad amici inglesi e avrò modo di parlarvi di loro prossimamente, sperando di riuscire a trovare una buona connessione per comunicare. Da oggi si volta pagina e si scrive un nuovo titolo, un’esperienza di traversata ci vedrà protagonisti insieme ad emozioni nuove e inimmaginabili.

Il cosiddetto “Nullarbor” è identificato come un’area piatta e desertica, percorsa da una strada ESATTAMENTE DIRITTA per 146.6 km. Nessuna svolta, nessun cartello in un paesaggio arido e secco.

Il NULLA….RBOR

APPUNTO…

🙂

Beh ragazzi, ci sarà da ridere. Sono abbastanza su di giri e sento l’adrenalina in corpo. La sensazione è un po’ come quella del salto nel vuoto, sentirò il cuore in gola e l’infinito addosso.
Riserve di acqua, benzina, olio e liquido refrigerante sono in abbondanza.

Con un nodo alla gola ora vi saluto. Ci sentiamo domani, o almeno spero.

Erica, anzi Atmosferica.

“Australia” è anche questo.

Per la prima volta dopo due mesi, mi trovo finalmente a scrivere schiacciando velocemente questi tasti neri del mio computer. Io e Mattia stiamo rubando “qualche minuto” di connessione Wi-Fi al McDonald’s di Kalgoorlie consumando un succo di arancia e una Coca-Cola grande.

Sono quasi impacciata ed emozionata nel trovarmi a poter scrivere attraverso la mia vera macchina da scrivere. Quando ho la possibilità di comunicare grazie al computer, la scrittura è molto più fluente, viva, come la vorrei vivere ogni giorno. Purtroppo il continuo movimento e spostamento in aree pressoché deserte, mi costringe a racchiudere i miei pensieri nel telefono, un piccolo dispositivo che spesso ha bisogno del suo tempo per immagazzinare grandi pensieri.

A proposito di aree deserte…

Mi stupisce il fatto di poter avere a disposizione una funzionante e gratuita connessione Wi-Fi in questa cittadella che mi ha servito impressioni contrastanti che non comprendono quella di efficienza, sviluppo e urbanizzazione. Nel percorrere le strade desolate percependo miseria, povertà e degrado, ho individuato McDonald’s, KFC, Hungry Jack’s, K-Mart e Target come fossero dei bei fiori in un grande prato secco e pieno di erbacce. Vedo edifici che portano il nome di grandi marchi con occhi stupefatti, senza riuscire a dare una spiegazione a questa parvenza di sviluppo in una città priva di vita.

La foto che ho messo in evidenza oggi, l’ho scattata chiedendo a Mattia di accostare giusto per il tempo di catturare la realtà in un piccolo riquadro colorato ma scolorito.

“PICCADILLY BUTCHERS”

Macellaio di Via Piccadilly.

Un nome londinese che deriva dal piccolo quartiere, nel sentirlo nominare potrebbe risultare un negozio moderno, normale, avviato. Ma è qui che vi invito a guardare con attenzione l’immagine.

Un edificio trasandato e abbandonato da chissà quanti anni che sta insieme per grazia divina come tutte le case prefabbricate disposte in fila l’una accanto all’altra nelle vie parallele o adiacenti. Il palo della corrente in legno, i cavi dell’alta tensione scompigliati e disordinati. Una porta marcia e scritte illeggibili cancellate dal sole. In questa strada come nel gran numero di quelle percorse nei due giorni passati, la sensazione di abbandono è molto ricorrente. Pezzi di lamiera affaticati, taglienti e sbiaditi che patiscono il caldo senza che nessuno intervenga a mantenerli in vita. Macchine sgangherate abbandonate su marciapiedi e “lavori in corso” mai terminati.

Molte immagini di stanchezza e morte mi sono passate davanti e ogni volta il cuore si stringeva. La popolazione a Kalgoorlie è per lo più aborigena, e la tristezza si percepisce ovunque, anche al supermercato.

Gli aborigeni rappresentano per me un mondo ancora sconosciuto, incompreso, e posso solo riportarvi quel che ho visto e quel che mi ha turbato profondamente. Vivono una vita di abbandono e disagio e più volte ho incontrato famiglie in cui i piccoli non venivano trattati da tali mentre i genitori assumevano atteggiamenti di sregolatezza. Loro rappresentano la fetta più antica e radicata della popolazione australiana e per questo lo Stato tende a tutelarli dando loro una casa, un contributo mensile per gli alimenti e una certa protezione. Il 99% di loro, però, non è in grado di cogliere l’aiuto portandolo a proprio favore, vivendo per le strade, sotto ai ponti o nei parcheggi e utilizzando i pochi soldi per alcool e droga. Quanti ne ho visti chiedere cinque dollari con le mani giunte, quanti camminare disorientati in una città che dovrebbe essere per loro Casa, quanti con rosse ferite sulla faccia e quanti bambini piccoli con lo sguardo già adulto.

La loro situazione, per quanto riguarda il Western Australia, è assolutamente ignorata e forse non capita. Ripeto che mi limito a parlare per quel che hanno visto i miei occhi in zone isolate come questa, dove loro si adattano a vivere una vita di stenti senza prospettive di miglioramento. Mi è stato detto che nell’Est della Grande Isola, la situazione è nettamente diversa dove parecchi di loro ricoprono alte cariche lavorative.

Questa descrizione, si riflette pienamente nelle case, nei giardini pubblici, nelle insegne scolorite e nelle aiuole piene di erbacce mai estirpate. Molte abitazioni, potenzialmente perfette per famiglie numerose, stanno per cadere a pezzi. Nel piccolo giardinetto ammassi di rifiuti e scope rotte, le finestre senza vetri e le tapparelle storte, cancelli aperti arrugginiti e niente che dia una mezza idea di pulito o civiltà.

Molti giovani camminano per la strada sotto il sole a picco o nella desolazione della sera con in testa un cappuccio. Tristezza e solitudine, sregolatezza e alcolismo, povertà e menefreghismo sono sulle facce di tutti. Le persone, le attività e le poche vie vive,  basano la loro sopravvivenza sul turismo e su quella spinta economica che la Miniera d’ORO, di cui vi ho parlato ieri, possono offrire.

Come potete capire, rimarrò parecchio segnata e scossa da quel che ho visto qui. La mia riflessione, vuole essere una condivisione di crude immagini e sensazioni che non hanno bisogno di grandi giri di parole per trovare chiara espressione.

Ora che stiamo per abbandonare questa località, mi rendo conto che da oggi, Australia non sarà solo sinonimo di Meraviglia, Crescita, Trasformazione, Grandezza, Immensità, Sorpresa, Magia, Stupore, Sviluppo, Urbanizzazione, Velocità ed Efficienza.

No…

Da oggi includo nel pacchetto Povertà, Degrado, Tristezza, Abbandono e Incomprensione.

Da oggi, “Australia” è anche questo.

Erica, anzi Atmosferica.

La miniera d’ORO.

Quando ti trovi davanti ad una miniera di queste dimensioni, la testa gira. Guardando in basso vedi giganteschi camion che sembrano piccoli quanto delle formiche. Trasportano terra estratta che potrebbe contenere ORO e l’idea di avere una cava tanto preziosa sotto ai propri piedi è alquanto eccitante.

La Super Pit Gold Mine è una delle voragini più grandi al mondo, dove l’uomo sta scavando dal 1989 alla ricerca di uno dei metalli più preziosi. La regione di Kalgoorlie, è tra le cinque più famose nell’estrazione di ORO e attraverso una piccola ricerca ho potuto constatare che ogni anno le 28 tonnellate ricavate sono il risultato del lavoro di questi uomini che scendono in profondità anche al calare della sera in un giorno di piena estate.

È stata una decisione suggestiva quella di raggiungere la miniera all’ora del tramonto. Il sole si sarebbe nascosto alle 18.32 e guardarlo cadere da lassù dietro l’orizzonte a ovest ha dato quel tocco in più alla visita programmata.

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Per darvi un’idea della grandezza di questo enorme buco, posso dirvi che è profondo mezzo chilometro ed è inscrivibile in un rettangolo il cui lato più lungo misura 3,5 chilometri e quello più corto 1,5 chilometri.
È talmente vasto che può essere identificato dallo spazio ed è sicuramente motivo di sviluppo economico e turistico di questo paese isolato e tanto lontano dalle grandi città quanto dal mare.

Si trova rialzato rispetto alla cittadella e l’impressione che ho è che sia lui a dettare la legge di questo piccolo territorio abitato principalmente da popolazione aborigena.
Finché la miniera sarà attiva, il paese avrà un’immensa fonte di guadagno e attirerà la curiosità di turisti provenienti da tutto il mondo.
Chi come noi sta percorrendo la costa sud del Western Australia, non esiterà a prolungare il tragitto verso nord di circa 200 chilometri per visitare questa indescrivibile e profonda apertura nella Terra.

La terra era rossa proprio come il cielo che cambiava colore ogni secondo. I tramonti australiani sono velocissimi, non si lasciano troppo gustare forse perché sanno di essere tanto preziosi quanto spettacolari. Sono talmente fulminei che sta a te decidere se scattare mille fotogrammi con i tuoi occhi o se cercare di ottenere una foto fatta bene. Non c’è tempo per entrambe le cose.
Ricordo di aver visto il primo di una lunga serie il giorno del mio arrivo in Australia.

Il 13 Novembre.

Jason mi aveva accompagnato alla City Beach di Perth, dove, seduti su una sedia pieghevole da campeggio, avevamo visto cadere in mare quell’enorme palla infuocata.
Ricordo che non riuscivo a spiccicare parola a causa di quel primo impatto tanto luminoso, caldo ed inaspettato.

Ho recuperato per voi la foto. Aiuto, a pensarci mi manca il fiato.

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Oggi il caldo di Kalgoorlie non ci tiene lontani dalla piscina del campeggio. Il tempo qui scorre silenzioso e, come vi dicevo ieri, nella testa ho molto frastuono.

Oggi proverò a scavare anche io, come facevano loro. Andrò alla ricerca di qualche metallo prezioso e chissà…

…magari anche io scoprirò dell’ORO.

Erica, anzi Atmoferica.

La frazione di tempo.

Abbiamo salutato la cittadella di Esperance il cui nome ha a che fare con la speranza. Tappa interessante, già programmata da tempo ma comunque imprevedibile.

Quel Pink Lake pieno di sale mi ha fatto parecchio effetto e riguardandomi nel video, o scorrendo le foto, mi sembra davvero assurdo quello che sto vedendo. I canguri ieri hanno lasciato un segno indelebile nei miei ricordi e quell’emozione me la sono gustata come la più buona leccornia mai mangiata in vita mia.

Tre giorni, il giusto tempo per godere di ogni bellezza di questo paese, uno degli ultimi prima del niente assoluto per chilometri. Migliaia di chilometri.

Prima di dormire, nelle mie ore di relax serale, mi ritrovo a guardare gli scatti della giornata e le immagini immortalate piene di colori e sogni. Non riesco a stare al passo. Faccio fatica a rendermi conto di ciò che sto vedendo, nel preciso istante in cui sto camminando su quella spiaggia, annusando il vento tra quelle rocce o ascoltando il mare da quel punto non protetto. Sto cercando dentro di me, di accorciare la frazione di tempo che intercorre tra il “vivere la realtà” e la successiva “realizzazione della realtà vissuta”, fino a farla scomparire.

È assurdo come mi venga difficile vivere l’istante stando al passo con la consapevolezza.

Ci sto lavorando e sicuramente scrivere mi aiuta a fissare in breve tempo quello che mi tocca, mi sconvolge e mi cambia. Lavoro ogni giorno per assaporare questo viaggio senza farmi sfuggire niente, nessuno sguardo, nessun profumo o rumore.

Dicono che percorrere queste lunghe strade infinite, sia monotono e “sempre uguale”. Beh, sarà che mi sto impegnando a captare ogni minimo cambiamento del paesaggio fuori e dentro me, ma vi assicuro che non è mai “sempre uguale”.
Vedo foreste bruciate, laghetti prosciugati dalla siccità e file di alberi che costeggiano la strada cambiando sempre forma e colore. Il terriccio è bianco, poi rosso e poi di nuovo bianco. Tratti di strada sono affiancati da rotaie infinitamente lunghe e dritte. Quel treno l’abbiamo ad un certo punto raggiunto, trasportava merci, camminava ad una velocità di circa 40 km/h e con un veloce calcolo dell’Ingegnere Avino, siamo arrivati alla conclusione che fosse lungo circa due chilometri. Sembrava non avere fine, fino a quando abbiamo raggiunto la testa gialla che trainava 400 carrozze arrugginite (numero ottenuto da un calcolo matematico approssimando a 5 metri la lunghezza media di ogni container).

PAZZESCO.

Vi sto scrivendo da Norseman, un piccolo centro abitato condito di poche case che paiono più che altro catapecchie. Dopo il niente più assoluto, vedere persone e vie abitate fa sempre piacere ma qui non percepisco nulla di vitale. Paese in degrado, vuoto, stanco e accaldato. Siamo a 200 chilometri da Esperance, fermi per una breve sosta dove la connessione è buona all’ombra di un grande albero che protegge Vando dal sole. Proseguiremo tra poco per altrettanti chilometri giungendo così alla destinazione fissata, ma che mantengo comunque segreta.


I nostri amici ci stanno per raggiungere. Stiamo aspettando due ragazzi inglesi che abbiamo conosciuto in campeggio durante la permanenza a Pemberton. Sarà divertente proseguire con loro e un’ottima occasione per parlare inglese e conoscere la loro amica e compagna di viaggio. Sono indietro di “qualche” chilometro ma sapete bene che qui le lunghe distanze non sono mai concepite tali e presto tenderanno allo ZERO. Molto presto.

Keep in touch.

Erica, anzi Atmosferica.

L’incontro tanto atteso.

Il binomio famoso in tutto il mondo che affianca la parola “Australia” a quella di “Canguro”, non lo identificavo come veritiero fino ad oggi quando finalmente l’ho verificato con i miei occhi, con grande emozione.

Il fatto che in questa Grande Isola viva anche un cospicuo numero di marsupiali saltellanti, è risaputo ma diciamo che non è così scontato vederli e non è così facile creare un contatto con loro, avvicinarli e rendere il più lungo possibile quel momento tanto atteso e sognato.

Ci troviamo in visita a Cape Le Grand National Park, una distesa di chilometri quadrati di cespugli e alberi che si prolunga fino ad incontrare spiagge bianche o scogliere rosso mattone. È situato ad una cinquantina di chilometri dal centro della cittadella di Esperance e la giornata è ventosa, a tratti soleggiata ma non piovosa.

L’ingresso non è gratuito, 12 dollari per ogni veicolo. Successivamente al pagamento, la strada prosegue ancora per una decina di chilometri diramandosi in vie secondarie che terminano nel punto di osservazione, nella baia dotata sicuramente di nome proprio come ogni particolare ammasso di rocce rosse.

Abbiamo seguito inizialmente per Lucky Bay, la spiaggia fortunata. Sarà il nome, sarà che oggi era il giorno giusto, ma ancor prima di mettere piede nella baia ho allungato lo sguardo, ho superato il parcheggio, i cespugli… E li ho visti.

Saltellavano per pochi metri e si fermavano. Riprendevano a muoversi e poi si immobilizzavano di nuovo.

Non riuscivo a contornare la loro sagoma vista la lontananza di un centinaio di metri, ma li vedevo.

Mi sarei messa a correre per raggiungerli nel minor tempo possibile ma poi la mia parte razionale è intervenuta, suggerendomi di muovermi con cautela per non rischiare di vederli scappare via.

Erano tre. Uno di loro stava sdraiato sul fianco sulla spiaggia bagnata e bianca. Rimaneva impassibile ad ogni carezza e fotografia, trasmetteva calma e relax senza accennare il minimo fastidio. Era sicuramente abituato alla curiosità dei turisti, non era meravigliato nel vedere esseri umani. Il senso di meraviglia e stupore stava tutto dalla mia parte.
Alghe insabbiate e secche rendevano morbida la superficie su cui si riposava e non capivo se davvero fosse stanco o se stava lì con atteggiamento vanitoso ed esibizionista.

Vabbè, mi sono sdraiata con lui giusto per assumere un atteggiamento alla pari. Come per dire…

“Sono tua amica, non temere!”

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Altri due venivano nella mia direzione. Mi sentivo impacciata e non sapevo se fermarmi, se camminare verso di loro. Quando mi hanno raggiunta hanno allungato il muso verso l’alto, hanno annusato le mie mani e sono rimasti immobili per una fotografia.

La tanto sognata fotografia.

Forse cercavano cibo, forse volevano una carezza, oppure volevano solo farmi capire che non avevano paura di me e che quindi non dovevo averne di loro.
Non sapevo come toccarli, se toccarli, mi veniva da abbracciarli, e più che…

“Ciao bello!!!”

Non riuscivo a dire.

Di solito riesco a comunicare con gli animali. Soprattutto ultimamente i gabbiani e i pappagalli non mi intimoriscono più, sono figure famigliari con cui riesco a interagire tranquillamente.

I canguri erano una sorpresa, non ero pronta.

Questo magico incontro, è avvenuto dopo più di tre mesi dal mio arrivo in Australia e mi ha arricchita ma anche svuotata. Ora capisco il senso di quel famoso binomio e credo sia un perfetto abbinamento. Proprio oggi ho percepito questa terra come l’habitat naturale di questi vanitosi marsupiali. I canguri di Australia sanno di essere speciali e sono favorevoli a condividere la loro simpatia solo con chi non si dimostra troppo invadente.

Questa è la loro terra, la loro spiaggia, la loro baia.

Loro qui ci rimangono e ci vivono.

Tu, turista, vai e vieni. Sei di passaggio. Sei curioso. Entri una sola volta senza chiedere permesso pretendendo da loro immobilità e magari anche un sorriso. Vuoi parlare con loro e avere risposte.

Vuoi sapere di più senza renderti conto che il di più è lì, davanti a te.

AUSTRALIA – CANGURO

Da oggi, approvo.

Erica, anzi Atmosferica.

Un pezzo unico.

Vi do il benvenuto ad Esperance. Siamo arrivati ieri dopo un viaggio di circa sei ore, la temperatura era perfetta per macinare chilometri a differenza di altre volte in cui il caldo ci toglieva le forze. Due soste per sgranchire le gambe di cui una anche per rifornimento carburante e per il resto tutto liscio e regolare. Il vento era lunatico, si scatenava nelle zone in cui la strada scorreva in immense distese secche e senza confine. In quei momenti Mattia diminuiva la velocità e teneva saldamente il volante, governando il mezzo ballerino.

Un viaggio di sei ore che si è concluso con l’arrivo al campeggio nel tardo pomeriggio dove, per la prima volta, mi sono dovuta rapportare con una signora australiana davvero antipatica. In quelle occasioni il mio sorriso vince sempre e il mio inglese dà il meglio, non lasciandosi intimorire da niente e nessuno.

Abbiamo pagato per due notti qui, al Pink Lake Tourist Park, scelto con l’intento di risparmiare, perché posizionato nell’entroterra, e in un punto strategico rispetto al Pink Lake.

Oggi al nostro risveglio il cielo era grigio e fitto, ma anche dopo tre gocce di pioggia, non ci siamo lasciati contagiare dalla sua tristezza. Pochi chilometri ci separavano dal Lago Rosa, il terzo incontrato lungo i nostri tragitti. Ricordo il primo sull’isola di Rottnest e il secondo a nord di Perth nella zona di Port Gregory.

Seguite le indicazioni, ci siamo trovati davanti ad una distesa di sabbia bianca.

Ma come…

Sorpresa deludente ma meravigliosa.

Provo a spiegarvi la sensazione che ho provato nel vedere il lago totalmente prosciugato e nemmeno minimamente rosa. Da un lato la grande aspettativa era crollata all’istante. Quando da dietro i cespugli ho visto quella superficie candida mi sono sentita come una bimba che rimane a bocca asciutta dopo aver scartato un regalo che pensava contenesse il gioco che desiderava da tempo e invece si trova a fare i conti con uno totalmente diverso.

Diverso sì, ma non per questo meno divertente.

Dall’altro lato una meravigliosa sensazione matura, mi faceva vedere quello spettacolo attraverso occhi adulti. Ho capito nel giro di pochi secondi che, se anche non era il gioco che mi aspettavo, quello era il più bel regalo che potessi ricevere.

Egoisticamente volevo scoprire l’ennesimo lago rosa, ma nulla di tutto ciò la natura mi riservava.

Vedevamo in lontananza acqua, ma non colorata. Abbiamo camminato fino a raggiungerla notando sotto ai nostri passi, il cambiamento della sabbiolina compatta e grigia, che piano piano si trasformava in sale grosso.

Una distesa di sale da cucina.

Se mettevo il piede su un punto molto salato, non succedeva niente. Se invece mi appoggiavo in un punto poco salato, il mio piede sprofondava andando a toccare poltiglia argillosa.

Arrivati in riva al lago prosciugato, il sale era sempre di più e una schiuma bianca rifletteva una luce rosata. Sono convinta che se ci fosse stata più acqua, il colore sarebbe stato più vivo. Ho chiesto a Mattia di farmi un video per immortalare e condividere. Credo che una foto non avrebbe reso l’idea. C’era da toccare, da sentire la consistenza e la sostanza. Bisognava parlare e spiegare inquadrando a 360 gradi. Dovevo portarvi lì.
Mi scuso in anticipo per l’audio poco chiaro a causa del vento… Ma quello che dico nel video non è nulla di nuovo rispetto a quel che vi sto dicendo qui.

Abbiamo anche fatto divertire Vando e lui, a sua volta, ha giocato con noi. Una foto sul suo tetto, è stata d’obbligo. Quella distesa di sabbia compatta era invitante e perfetta per un autoscatto pazzo da veri viaggiatori. Questa è la classica foto che stamperò in formato gigante per appenderla nel soggiorno di casa.

Sarà un’emozione pazzesca il ricordo di questo Pink Lake, diventato White senza nemmeno avvisare e un sorriso spontaneo comparirà sul mio viso come quando quella bambina, capì di avere tra le mani un regalo invidiabile, un pezzo unico.

Erica, anzi Atmosferica.

Vorrei dirle…

Albany ci saluta con un po’ di pioggia e un po’ di sole, con un po’ di gioia e un po’ di dolore. Abbiamo fatto bene ieri a decidere di posticipare di un giorno la partenza, non era una giornata da sprecare in viaggio.

Quella di oggi direi di sì.

Anzi, mi correggo. Non è che la giornata in viaggio sia sprecata, tutt’altro. È fantastico, rilassante se vissuto con la dovuta calma, divertente, introspettivo e sorprendente. Quello che intendo dire è che quando la temperatura è ottimale e il cielo blu, viene spontaneo optare per la spiaggia, una gita, una passeggiata o nel caso vostro, per una castagnata.

🙂

Ma ci sono ancora le castagne?

Mi piace pensarvi davanti al camino a mangiare bollenti burolle.

Salutiamo quindi Albany dopo tre giorni meravigliosi. Nulla è mancato. La pioggia e il sole, il freddo e il caldo, spiaggia paradisiaca e altissimi scogli a strapiombo, mare calmo e oceano impetuoso. Sosta fortemente consigliata a chi sia come noi in viaggio, nel Western Australia. La cittadella è atipica rispetto alle altre incontrate fino ad ora. È la seconda in ordine di grandezza, dopo Perth, offre vasta scelta di supermercati, paesaggi, campeggi ed è costruita tra colline e un grande golfo che pare un lago. C’è un centro commerciale, il McDonalds e centri estetici, pasticcerie, macellai e panifici, parrucchieri, negozi di vestiti e banche, rotonde, semafori e passaggi pedonali.

Una piccola città fornita.

Ieri sera, la telefonata su Skype con la mia famiglia mi ha fatto pensare. Con grande sorpresa sono riuscita a parlare anche con la Zia Angela, una fan super presente amante della scrittura. Mi ha fatto domande curiose portandomi a riflettere su aspetti della mia esperienza che non prendo mai in considerazione essendo immersa in questa realtà. Mi ha fatto realizzare il fatto che sto davvero per lasciare il Western Australia e, una volta raggiunta l’altra sponda della Grande Isola, vedrò da lontano questo Paradiso dell’Ovest esplorato minuziosamente insieme al mio compagno di viaggio Mattia.
Mi ha chiesto se sono pronta a trovarmi in città movimentate e ben più vive di quelle visitate fino ad ora.

Le ho detto di sì.

Sono curiosa di vedermi in una metropoli, in mezzo alla confusione e al traffico. Mi sentirò diversa e percepirò tutte le nuove sensazioni che può captare una persona che ha vissuto per mesi in aree deserte e silenziose con il minimo indispensabile in compagnia di poche, pochissime persone.

Mancano ancora giorni prima di avere delle risposte ma al momento opportuno, vi parlerò di come mi sentirò. Sarà bello!

Le mie dolci sorelle mi hanno fatto domande strane. Una di loro mi ha persino chiesto se uso lo shampoo per lavarmi i capelli. La questione mi ha fatto sorridere ma poi ho pensato che sia lecito sospettare che qui sia tutto strano, diverso, capovolto e inimmaginabile.

Beh, come ho detto a lei, uso lo shampoo come il bagnoschiuma. Compro tutto al supermercato e mi lavo in una normale doccia. Ammorbidisco la pelle con crema idratante e dopo una giornata al mare, mi rinfresco con un banale dopo-sole. La sera mi lavo i denti con lo spazzolino, indosso generalmente indumenti estivi o pantaloni lunghi e sciarpa quando fa freddo. Nel mio beauty non mancano la pinzetta per le sopracciglia e una piccola lima per le unghie, i vestiti li lavo a mano perché mi scoccia pagare quattro dollari per fare una lavatrice che non riuscirei mai a riempire. Mangio normalmente frutta, verdura, riso, pasta, carne, pesce e quando voglio strafare non manca la Nutella originale. Sì proprio quella lì.

Insomma, vorrei far capire alla mia dolce sorellina che siamo tanto lontane ma non ho abitudini tanto diverse dalle sue.

Sì ok…qualcosa da segnalare come atipico e inusuale c’è.

Dormo in un Van Mitsubishi, non ho un armadio per i vestiti e dei quadri appesi alle pareti. Non ho un divano e una televisione, non mangio una brioche alla crema da più di tre mesi e non posso sbaciucchiarla come vorrei dallo stesso giorno in cui ho mangiato l’ultimo cornetto al bar dell’aeroporto di Malpensa.
Non ho le coccole della mamma e del papà e non posso chiacchierare con le mie amiche come vorrei. Non posso mangiare una bella pizza con mozzarella di bufala e non esistono affettati. Non ho una vasca da bagno o uno smalto per le unghie, non posso cantare e ballare insieme a lei e non posso vederla crescere come vorrei.

Ok…

…ma vorrei dire alla mia sorellina che, se anche mi ritrovo ad avere abitudini strane, sono felice di vivere con l’essenziale senza sentire la mancanza di particolari benefit. Vorrei dirle anche che quando tornerò da lei, non sarò uguale a prima ma sarò migliore. Le porterò il regalo più strano comprato in un bizzarro negozio australiano e quando glielo consegnerò, le dirò che non vedevo l’ora di vedere il suo sorriso.

Nel frattempo, siamo in viaggio e Vando corre come un matto.

Erica, anzi Atmosferica.

Ero viva.

È giunto il momento della scrittura giornaliera. Sono spaparanzata sulla spiaggia paradisiaca di ieri, Frenchman Bay, e i miei pensieri mi stavano proprio parlando di questo. Non posso fare a meno di scrivere, sono diventata dipendente da questa liberazione quotidiana con cui getto nero su bianco parole e immagini. Vi avevo parlato qualche mese fa di questa mia recente passione… Ricordo che l’articolo s’intitolava “Scrivere.” ed ero appena arrivata a Perth.

Avevo parlato di come la scrittura sia terapeutica per me. Mi aiuta a seguire ogni pensiero dando priorità a quello più importante. Fatta una selezione, ne approfondisco uno con attenzione e ordine. È bello saper sguazzare tra i pensieri, affrontare a pugni duri anche i più brutti e poi tornare a quelli belli. Non so dirvi se nella mia testa vadano per la maggiore racconti fantastici o realistici ma la cosa bella è che la realtà che sto vivendo in prima persona è un sogno per molti di voi che leggono. Per questo mi impegno come una studentessa del mondo a raccontare quel che vedo e quel che percepisco come la più bella storia fantastica ma piena di realtà.

Vi parlerei oggi di quel che ho provato lassù, nel punto alto della collina che si gettava a picco nell’oceano. Wind Farm è il nome di questo percorso tra cespugli e rocce, che prosegue per qualche centinaio di metri ai piedi di gigantesche pale eoliche. A destra, girandole alte cinquanta metri catturavano il vento con forza indescrivibile e a sinistra, ai piedi della cespugliosa collina, l’oceano sbatteva con violenza sugli scogli. La stradina irregolare, formata da scure assi di legno come quelle delle terrazze di cui vi ho parlato ieri, seguiva la pendenza del terreno andando prima su e poi giù, verso destra e poi verso sinistra…era divertente seguire le sue tondeggianti forme.

Ad un certo punto, le assi in legno non proseguivano, la giostra era finita e un piccolo spiazzo di ghiaia, affacciava sul mare. Sentivo la gioia trapanare il mio stomaco, il vento sgusciare dentro ed ero un tutt’uno con la natura e con la sua immensità.

Mamma mia che potenza!

Che vento!

Ho cacciato un urlo di liberazione al mondo imitando la sua forza. Ho gridato con i pugni chiusi senza paura, senza blocchi, senza limiti. Ho alzato le braccia al cielo, non avevo protezioni, ero scoperta e al suo servizio.

Quell’urlo mi ha liberato i polmoni, sciolto le emozioni, per un attimo ho sentito la testa girare e mi sono dovuta sedere.

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Ero viva.

Ero piena di ossigeno o forse mancava del tutto…

…ma ero viva.

Erica, anzi Atmosferica.

…vuole solo farsi vedere.

Siamo ad Albany e tra ieri ed oggi, questa cittadella mi ha fatto provare emozioni contrastanti. Sensazione di freddo e montagna e, al contrario, di estate piena e calda.

La costa va a formare un grande golfo che per un momento, mi è sembrato un lago. Il paesaggio è collinare e ci sono case costruite anche in pendenza. Questa è una novità.

Siamo arrivati ieri nel pomeriggio e dopo una breve perlustrazione del paese, abbiamo identificato il campeggio in cui dormire. Il freddo non ci lasciava e la pioggerella fastidiosa non ci dava possibilità di esplorare più di tanto. Scarpa da ginnastica, pantalone lungo, canottiera, golfino, felpa e sciarpa. Questo era l’abbigliamento necessario.

“A cipolla”.

🙂

Al nostro risveglio oggi, non sembrava che la situazione fosse cambiata ma, dopo una calda doccia rigenerante, ci siamo messi in moto. Abbiamo iniziato a percorrere la costa seguendo il prolungamento della striscia di terra che va a formare una penisola. Lungo la via, soprattutto nel caso in cui si costeggia l’oceano, si incontrano spesso punti in cui la vista è spettacolare e terrazze artificiali in legno permettono di scattare qualche fotografia o di sporgersi più di quel che i cespugli verdi permetterebbero.

A 16 chilometri da Albany, il cielo si è aperto, il caldo è tornato e un sentierino sabbioso lungo la strada, ci ha invitato a fermarci. La visuale era cristallina, laggiù c’era una spiaggia stile Indonesia e volevo andare lì.

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Improvvisamente la voglia di indossare un costume e distendermi nella bianca pace mi ha assalita, si trattava solo di trovare la via per arrivare lì sotto. La fortuna di viaggiare con Vando, rende ogni idea realizzabile, ogni fame saziabile e  se hai sonno puoi dormire, se hai sete puoi bere e se all’improvviso senti caldo, metti il costume e ti puoi tuffare.

Vi scrivo proprio da qui, dalla parte destra della baia vista dalla terrazza. Mi piace dividere sempre tutto in destra e sinistra, mi aiuta a spiegarvi meglio il mio punto di vista. Come nella vita, anche nella decisione della meta occorre scegliere se andare di qua o di là, e questo bivio cambia il destino.

Questa è libertà.

Per la prima volta, al tatto, la sabbia sembra fatta di zucchero. È morbida ma densa, è soffice ma pesante. Il fatto che sia ricoperta per gran parte da alghe secche e nere, la fa sembrare ancora più bianca e lo stesso vale per il colore dell’acqua. Sembra ancor più smeraldino grazie a questo contrasto con il nero.

Un vecchio e piccolo piccolo peschereccio si muove lentamente sulla superficie calma del golfo. Non vedo presenza umana a bordo ma sono sicura ci sia qualcuno.
Come al solito un gabbiano è venuto a farmi visita, forse è sempre lo stesso che mi sta seguendo.

Sarebbe una storia fantastica.

Riesco puntualmente a immortalarlo in ogni posto in cui mi trovo. Anche a Greens Pool, nonostante il tempaccio ne ho visto uno.

È bello vedere come mantengono sempre la loro calma ed eleganza, senza lasciarsi disturbare dalla pioggia o da un passante troppo invadente. In quel caso planano per qualche metro senza cambiare minimamente la loro espressione rilassata e strafottente.

Non c’è nessuno e in costume si sta bene. Dalla sciarpa, sono passata alla protezione trenta. Le alghe volano e solleticano le mie gambe, la sabbia si appiccica ma non è fastidiosa, il sole batte ma non troppo forte, il mare è silenzioso e non vuole farsi sentire ma è molto vanitoso…

…vuole solo farsi vedere.

Erica, anzi Atmosferica.